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Le lampade ad olio della taverna emanavano un bagliore fioco, appena sufficiente ad illuminare l'intero locale. I due uomini finirono di consumare il loro pasto in silenzio, prestando orecchio ai bisbigli della piccola folla radunatasi in attesa all'esterno dell'edificio: lungo le strade della città le voci riguardanti un prossimo attacco di massa da parte degli abitanti del Sottosuolo correvano come impazzite, si infilavano nelle case e nelle teste degli abitanti senza controllo, generando un fiume in piena di allarmismi che neanche i sacerdoti della chiesa di Tyr erano in grado di arginare. L'arrivo di una creatura celestiale a Dagger Falls era dunque visto come un segno tangibile che gli dei non li avevano abbandonati, che c'era ancora un bagliore di speranza cui aggrapparsi anche in quest'ora buia, e di ciò desideravano avere conferma direttamente dalla voce dell'angelo ammantato di nero.
Ken si alzò da tavola non prima di aver gettato un'occhiata alla sua sinistra, sulla sedia vuota che in genere avrebbe occupato Cheng. Poteva ancora sentire i suoi grugniti di approvazione mentre ingeriva tonnellate di carne annaffiandola con galloni di birra, oppure gli sguaiati apprezzamenti rivolti alle cameriere di particolare avvenenza. Poi scoccò un'occhiata all'esterno, dove si era formato un piccolo capannello di persone: lì, vicino l'entrata, soleva trattenersi Kasumi in meditazione mentre gli altri consumavano il loro pasto. Da vera incarnazione degli spiriti della natura quale era, non aveva mai voluto mescolarsi con i volgari frequentatori di una qualsiasi taverna, preferendo la frugalità delle sue razioni e il silenzio ascetico. Ora, niente di tutto ciò sarebbe mai più successo.
Il monaco sferrò un pugno al ripiano di legno, frantumandone una buona metà. Gran parte degli avventori si ammutolì, sgranando gli occhi in direzione dell'uomo, mentre l'oste accorse sulla scena con espressione incredula e accigliata ma, dopo aver squadrato l'uomo avvolto dal pesante mantello corvino con le mani serrate dalla rabbia a stento trattenuta, capì che il modo migliore di risolvere la situazione era dileguarsi in tutta fretta.
Cluracan non proferì parola, limitandosi a strattonare il compagno per un braccio
"Andiamo, ", disse. "gli altri sono già in stanza."
Rast osservava perplessa gli uomini accalcati all'esterno della locanda. Doveva forse dire loro qualcosa? Rassicurarli con utopistiche promesse che non sapeva se sarebbe riuscita a mantenere? No, non era per quello che Tempus l'aveva mandata su Toril... non per fare da balia ad un villaggio di disperati...
Nel frattempo, Onikage esaminava con cura il mazzo di carte che Ken gli aveva lasciato in custodia: il Mazzo delle Molte Cose l'aveva chiamato, una serie di carte portatrici di grandi ricchezze o indicibili sciagure... tutto dipendeva dalla fortuna del giocatore. Onikage era allo stesso tempo attirato e respinto da un oggetto magico sì potente: estraendo la carta sbagliata avrebbe potuto morire o mettere in serio pericolo la riuscita della sua missione... ma se l'intuito lo avesse guidato bene...
Ken e Cluracan entrarono nel momento stesso in cui la tenebra aveva liberato le ventidue carte dal loro contenitore, sparpagliandole a faccia in giù sul suo giaciglio.
"Come si gioca?", chiese al monaco.
"Hai deciso, dunque?", gli rispose questi. "Allora faresti meglio a chiederlo a lui", e puntò il dito verso le carte.
Onikage guardò e si ritrovò faccia a faccia con un folletto molto piccolo, vestito come un giocatore d'azzardo professionista, che ricambiava il suo sguardo sorridendo con aria calcolatrice.
"Finalmente! Dopo tanto tempo respiro di nuovo un po' d'aria fresca!", esclamò. "Oh, ma chi abbiamo qui? Un nuovo giocatore! Per giunta, qualcuno che accetta con consapevolezza il suo lato oscuro e non si ostina a resistergli ipocritamente!", e così dicendo volse il piccolo pollice verso Ken, che digrignò i denti.
"Brutto...", ma si arrestò prima di lanciare in aria tutte le carte, certo che non avrebbe migliorato la situazione in quel modo.
"Ordunque, mio caro avventuriero," proseguì il folletto. "scegli e volta tutte le carte che vuoi, e non preoccuparti per quelle spaventose chiacchiere sulle tremende sventure che alcune di esse possono arrecare: sono sicuro che, col coraggio che ti ritrovi, riuscirai a pescare quanto di meglio ho a disposizione!".
Non serviva di certo un genio per capire che la minuta creatura si stava sfregando le mani in attesa che succedesse proprio il contrario.
"Allora, per quante volte vuoi sfidare il tuo destino?"
"Tre carte.", disse Onikage dopo una breve pausa.
"Solo tre carte? Sei sicuro? Non vuoi ripensarci? Questa è la tua serata buona, me lo sento! Puoi osare di più!"
"Tre carte è ciò che sono disposto a rischiare."
"Molto bene,", concluse il folletto spostandosi ai lati del pagliericcio. "ti facevo più audace... evidentemente la prima impressione è sempre quella sbagliata. Scegli pure, e volta le carte che hai scelto a viso scoperto ma mi raccomando, non metterci troppo: anche la mia pazienza ha un limite...", e incrociò le braccia sogghignando.
L'ombra danzante esaminò per qualche attimo le carte, una per una: tutte assolutamente identiche, non c'era possibilità di affidarsi agli occhi per carpire i loro segreti. Solo l'intuito l'avrebbe aiutato.
Adocchiò con calma le sue tre carte e le separò dal gruppo, poi le voltò. Tutte e tre riportavano un'illustrazione e una scritta: la prima era una chiave piuttosto elaborata, la seconda una serie di gemme incastonate in altrettanti gioielli e la terza tre figure dalle lunghe cappe scure. Le didascalie riportavano, rispettivamente, La Chiave, La Gemma e Il Destino.
"Congratulazioni!", il folletto saltò su applaudendo, lasciando trapelare un certo grado di disappunto. "Te l'avevo detto che la buona sorte ti avrebbe baciato! Tre ottime carte, che di più non si può! O meglio, si potrebbe, ma dato che hai scelto di pescarne solo tre..."
"Qual è il loro significato?", tagliò corto Onikage.
"Ma è molto semplice, lascia che ti mostri...", il follettò agitò le mani e il mazzo tornò a comporsi, mentre al posto della prima carta si materializzò uno splendido nunchaku d'osso finemente decorato.
"Una degna arma per un valoroso guerriero! Ora, per proseguire, preferisci gemme o gioielli?"
"Gioielli, direi.", Onikage non fece quasi in tempo a terminare la frase che un sacchetto ben imbottito si sostituì alla seconda carta.
"Infine, hai pescato Il Destino, una carta di gran lunga più potente delle altre...", il folletto assunse un'espressione molto seria, alzando l'indice della mano sinistra. "Puoi alterare il continuum spazio/temporale impedendo che qualcosa relativo alla tua persona accada. Può essere un avvenimento passato, oppure un imprevisto repentino, come la morte per mano di un nemico. Non puoi evitare che qualcosa succeda in futuro, ma soltanto che non sia mai successa."
"Devi scegliere in fretta, amico.", intervenne Ken. "Di solito il folletto dà un'ora di tempo per esprimere qualsivoglia desiderio."
"Oh, no no no no, mio caro! Questo era prima, ora le cose sono molto diverse!", saltò su la creatura. "Il tuo compagno, qui, può attendere un'occasione più propizia per sfruttare il suo dono. E ho un'altra buona notizia per tutti voi! Ora chiunque potrà pescare carte da questo mazzo in qualsiasi momento, anziché essere limitato ad una sola, unica volta! Non è fantastico?", riprese ad applaudire, saltellando e ridacchiando.
"Cos... si possono pescare altre carte anche se abbiamo già giocato con il mazzo?", ripetè incredulo Ken.
"Ma certo! Questa è la natura mutevole del Mazzo delle Molte Cose! Anzi... ricordi il tuo vecchio compagno mago dalle orecchie a punta?"
"Kylian...", mormorò il monaco arcano. Il mantello che portava sulle spalle era stato suo, un tempo...
"Esatto! E' stato lui a dare un nome più opportuno alla mia dimora: il Mazzo del Caos, ed è proprio la sua natura caotica che ne condiziona l'utilizzo! Bravo ragazzo, peccato non siate riusciti a strapparlo dall'abbraccio della morte...", sentenziò grave il folletto, scoppiando poi in una fragorosa risata.
Con un ruggito, Ken allungò di scatto il braccio per afferrarlo ma fu inutile: in un solo istante, l'essere svanì e la mano del monaco si strinse sul mazzo di carte, perfettamente chiuso nella sua custodia. Digrignando i denti per la frustrazione, si infilò l'oggetto nello zaino e prese posto sul suo giaciglio.
"Goditi la vincita, te la sei meritata.", mormorò a mezza bocca.
"Lo farò... è pur sempre per il bene del gruppo, no?", rispose Onikage. "E per darvene dimostrazione..."
La tenebra frugò nel sacchetto di pietre preziose, afferrandone una buona manciata che porse a Cluracan.
"Per l'acquisto dei componenti magici e il compenso che chiederanno i sacerdoti per rianimare Daeron.", disse. "Dovevo sdebitarmi, e questo mi pare il modo migliore."
"Ti... ringrazio.", Cluracan prese interdetto il dono di Onikage. "Come sai, non riesco ancora ad approvare di buon cuore che una... persona come te prenda parte alla mia missione. Ma nell'ora del bisogno ogni aiuto è ben accetto, a patto che non nasconda secondi fini."
"Devo ripetermi ancora? I miei fini, al momento, coincidono con i vostri, dunque tutto il supporto che posso fornire a voi è utile anche a me e viceversa."
"Al momento hai detto, vero?", Rast parlò senza distogliere lo sguardo dalla finestra. "Forse è proprio questo che preoccupa il nostro sacerdote di Selune, visto l'odio incondizionato che nutre nei confronti di quelli come te. Odio ben motivato, aggiungo io, considerati i propositi della dea che vi guida..."
"Ogni cosa a suo tempo, Rast., ogni cosa a suo tempo. Se siamo destinati a combattere, ebbene combatteremo.", Onikage raccolse i nunchaku e li legò saldamente alla cintura, assieme al sacchetto di gemme. "Ci vediamo domani mattina fuori dai cancelli di Dagger Falls, quando avrete finito i vostri giri in città. Ricordatevi che abbiamo una vendetta da compiere.", e, così dicendo, svanì nell'oscurità.
Dopo un po', qualcuno bussò alla porta: Ken si alzò per andare ad aprire ma fu preceduto da Rast. Dietro l'uscio, il padrone della locanda arretrò di un paio di passi sotto lo sguardo severo della donna.
"Scu... scusatemi, non era mia intenzione disturbarvi. La gente, fuori... ecco... si chiedeva se magari lei... potesse dare loro notizie confortanti riguardo gli ultimi sviluppi delle vicende..."
"No.", fu la secca replica di Rast. "Non sono qui per fare orazioni ma per portare a termine il compito che Tempus mi ha assegnato. E che non include la consolazione dei mortali."
L'oste era visibilmente sconcertato. "Ma... basterebbero solo poche parole... vedete mia signora, le razzie degli elfi scuri hanno decimato la nostra popolazione... molti hanno perso le loro famiglie, e..."
"Il Signore delle Battaglie non lascerà che simili atti di viltà passino impuniti, di questo potete starne certi. Per il resto mi sono già pronunciata, e tanto ti basti."
Detto questo l'angelo tornò ad osservare la finestra, lasciando il taverniere attonito a fissare il vuoto, estremamente imbarazzato sul da farsi.
"Parlerò io a quelle persone, mi faccia strada.", Cluracan affiancò l'uomo e lo accompagnò per le scale. Era evidente che i guerrieri celestiali volevano immischiarsi ben poco con le faccende degli umani su cui i loro dei vegliavano. Rast restò ad osservare il sacerdote di Selune che parlava con la gente, a debita distanza dalla finestra per evitare che gli sguardi di questi ultimi incrociassero il suo. Mortali... piccole pedine di un gioco che neanche loro riescono a comprendere... perché Tempus aveva tanto a cuore la loro sorte?
"Abbiamo fallito."
Le parole di Tunfer il Saldo risuonarono inflessibili nell'ampio vestibolo, appena rischiarato dalle prime luci dell'alba.
"C'é qualcosa che impedisce di stabilire un contatto con l'anima di Daeron. Se le cose restano così, sarà impossibile riportarlo in vita."
Gli occhi di Cluracan, neri come la notte, si allargarono dallo stupore: "Non è possibile... forse i miei poteri divinatori potrebbero riuscire ad oltrepassare il velo e fare luce sulle forze che la tengono imprigionata..."
"E' una probabilità, certo,", Tunfer si schiarì la voce e cominciò a passeggiare lungo la sala, lo sguardo sempre fisso sugli avventurieri. "ma ora come ora la sconfitta degli esseri che stanno muovendo guerra al mondo esterno ha priorità assoluta. Ho già mandato un messaggero per avvisare re Randal Morn, che sono sicuro converrà con me circa il prosieguo della missione nonostante il tragico accadimento. Al momento, tutto ciò che possiamo fare è conservare intatto il corpo di Daeron all'interno del tempio."
L'espressione di Tunfer era seria e impassibile, tuttavia gli eroi non mancarono di notare che le sue mani si stringevano con fervente vigore sul simbolo sacro attorno al collo.
"Quale rappresentante della chiesa di Tyr e di Randal Morn in persona, vi imploro di proseguire la vostra missione: dobbiamo, per qunato ci sarà possibile, estirpare alla radice il male che si annida tra le viscere immonde del Sottosuolo. Ora andate."
L'invito suonò allo stesso tempo come un ordine e come una supplica, al quale nessuno dei presenti trovò opportuno rispondere. Dopo aver completato i rifornimenti si trovarono fuori dai cancelli di Dagger Falls, alla volta delle cripte di Dordrien.
"Non vedo Daeron.", una voce sentenziò alle loro spalle. Dalle ombre degli alberi emerse Onikage. Il suo vestito era differente: al posto degli strati di stoffa scura ora indossava un corpetto di cuoio nero sbracciato, il volto sempre coperto da una maschera integrale provvista di coprifronte che lasciava liberi soltanto gli occhi, e con un piccolo monile in argento allacciato al bicipite sinistro. Nessuno pareva stupito del suo arrivo.
"Bel vestito.", commentò sarcastico Ken. "Anche tu hai fatto acquisti, a quanto pare."
"Ho pensato di investire parte delle gemme guadagnate con le tue carte in qualcosa di utile per la missione, tutto qui. Ribadisco la domanda... Daeron dov'é?"
"Dove l'abbiamo lasciato, al tempio di Tyr.", riprese Rast. "Tunfer ha asserito che mettersi in comunicazione con la sua anima è attualmente impossibile."
"Capisco...", concluse l'ombra danzante, e si mise in cammino con gli altri. Cluracan, immerso nei suoi pensieri, evitò persino di voltarsi.
L'entrata delle cripte era sempre una veduta sconsolante: gli alberi rinsecchiti ai lati, i mausolei crollati e la fetida aria di morte e corruzione che aleggiava tutt'intorno avrebbero fatto desistere chiunque dall'attraversare quella desolata apertura nella roccia, ma le motivazioni personali degli avventurieri che ora la fronteggiavano erano più forti della paura.
"Fermiamoci qui.", disse il sacerdote di Selune a qualche metro dalla grotta. Poi pronunciò una formula, gesticolando con le braccia: "Che i servitori di Selune ed i loro alleati siano i benvenuti alla sua tavola.", e il terreno ebbe un tremito, sollevandosi e mutando in uno spazioso bancone da convitto, sul quale apparvero cibi e bevande di ogni tipo.
"Sedetevi pure, mangiate e bevete,", proseguì indicando altre piccole sporgenze di terra che avevano assunto foggia di sedie. "Il cibo che consumerete rinvigorirà le vostre membra e ci darà la forza necessaria per affrontare lo scontro imminente.", dopodiché prese posto a capotavola e cominciò a sorseggiare un bicchiere di nettare. Gli altri, superato un primo momento d'esitazione, fecero lo stesso.
"Un pasto degno d'un re.", disse Ken allontanandosi dal banchetto, un'ora dopo. "Cheng... ne sarebbe stato entusiasta."
Cluracan si era già posizionato dinanzi all'ingresso dei sotterranei.
"Venite avanti e stringete un cerchio attorno a me: vi porterò di nuovo davanti al santuario dei kuo-toa. Preparatevi."
I suoi compagni si avvicinarono, quindi il sacerdote deglutì e pronunciò la formula: "Che la luce della Vergine d'Argento sia guida fra le tenebre!"
Un lampo d'argento, poi il gruppo scomparve.
Cluracan lottava con la forza della mente per contrastare l'energia negativa che tentava di ostacolare il loro viaggio dimensionale. Poteva quasi percepire fisicamente gli artigli del Faerzress intromettersi nelle sue preghiere, e squarciare il filo di potere divino che lo congiungeva alla sua dea, che gli conferiva il potere di traslare da un punto all'altro del mondo. Si sentì afferrare, stringere fino a soffocare, annaspò cercando aria e concentrazione... stava perdendo il contatto spirituale con i suoi compagni, lo sentiva scivolare via ad ogni frazione di secondo ma non avrebbe ceduto, non avrebbe lasciato che il Faerzress avesse la meglio, non avrebbe permesso che la sua vendetta sfumasse, non avrebbe...
Si materializzò all'improvviso su un lembo di roccia che sporgeva dalle acque del Lago delle Ombre, scure come olio combustibile. La destinazione doveva essere il tempio dove l'ultima volta erano fuggiti dai diavoli. Ma non c'era nessun tempio. Si trovava in un punto sperduto del lago dal quale non riusciva a scorgere le rive, nonostante la scurovisione, assieme a Ken e Rast. Di Onikage nessuna traccia.
Il Faerzress aveva vinto.
La tenebra si rialzò all'interno di un cunicolo, lievemente stordito dalle interferenze magiche che li avevano colpiti. Si rese conto di essere solo, all'interno di una galleria avvolta nell'oscurità in entrambi i sensi. Aguzzando i sensi gli parve di udire un lieve sciabordio alle sue spalle. Senza perdere neanche un attimo, lasciò che le ombre lo avvolgessero e si incamminò in quella direzione.
"Dove siamo? Dov'é il tempio?", Ken si rialzò toccandosi la fronte con le mani.
"Il Faerzress ha disturbato l'incantesimo di Cluracan, evidentemente.", disse di rimando Rast mentre scrutava nel buio. "Siamo stati comunque fortunati: avremmo potuto ritrovarci in acqua."
"Onikage è stato sbalzato via dalla traiettoria.", aggiunse il chierico. "Non dovrebbe essere finito troppo lontano da qui, ma..."
"Non abbiamo tempo per rimuginare.", lo interruppe Rast. "Per il momento non percepisco presenze malvagie nei dintorni: esplorerò i dintorni per capire quanta distanza c'é tra noi e la costa."
"Vuoi utilizzare la barca pieghevole?", chiese Ken, ma la donna in tutta risposta spalancò un grande paio d'ali piumate, il cui aspetto celestiale veniva smorzato soltanto dal loro colore corvino. Semmai avessero nutrito dubbi sulla sua natura angelica, ora anch'essi erano stati dissolti.
"State all'erta.", ammonì i suoi compagni prima di spiccare il volo e scomparire molti metri più in alto.
"Un deva astrale... ha dei poteri straordinari...", mormorò Ken con una strana smorfia, che Cluracan non seppe interpretare... ammirazione? Curiosità? Bramosia...? Ma i suoi pensieri vennero ben presto dirottati altrove: quattro aure maligne cominciarono ad avvicinarsi lentamente all'isolotto da sotto la fosca superficie dell'acqua.
"Ken, alzati... si sta avvicinando qualcosa.", il sacerdote si levò in piedi, la mano salda sull'impugnatura della Bacchetta delle Quattro Lune, la mazza pesante che portava legata al fianco.
"Quanti sono?", chiese il monaco assumendo una posizione difensiva e scrutando nel buio.
"Quattro... la loro intensità è..."
Ma non fece in tempo a terminare la frase che un gigantesco tentacolo si schiantò al suolo, annaspando alla ricerca delle sue prede prima di rituffarsi nel lago. I due uomini evitarono per un soffio di essere afferrati, scartando di lato la robusta appendice del mostro marino: dovevano allontanarsi da lì il più in fretta possibile.
"Ken..:!", urlò il sacerdote, ma ancora più profondo fu il ruggito del monaco: compiendo pochi e precisi movimenti marziali, la sua struttura fisica iniziò a mutare per assumere le sembianze di una grande creatura serpentina dal corpo sinuoso, il corpo coperto di squame, due lunghe corna ramose sulla testa e una folta criniera bianca. Poggiandosi sulle quattro zampe artigliate per abbassarsi al livello del terreno, intimò al compagno: "Sali!"
Cluracan si aggrappò meglio che poteva alla chioma della bestia, che subito dopo spiccò il volo in direzione opposta a quella da cui era emerso il tentacolo, fendendo l'aria con sbalorditiva eleganza nonostante non fosse dotata di ali. Dietro di loro, una gigantesca sagoma nera si gettò all'inseguimento circondata da altri quattro esseri più piccoli che tenevano altrettanti, disgustosi tentacoli sollevati a pelo d'acqua.
Onikage si ritrovò all'interno della caverna dei giganti di pietra: reprimendo l'istinto di esigere vendetta per le loro indicazioni mendaci, si mosse fra le ombre fino a raggiungere la tana del chuul, il cui cadavere era stato squartato e smembrato con furia. Non erano quelle le condizioni in cui l'avevano lasciato... evidentemente i diavoli avevano trovato altri modi per sfogare la loro frustrazione dopo la loro fuga in superficie. Con un balzo nell'oscurità arrivò sull'isola dei kuo-toa, davanti all'ingresso del santuario: brandelli dei corpi e dell'equipaggiamento di Cheng e Kasumi erano sparsi dappertutto, macabre vestigia di un combattimento senza speranza. Tuttavia, delle creature infernali non v'era traccia alcuna. Né dei suoi compagni, in effetti
Raggiunse il piccolo promontorio dal quale Cluracan li aveva teletrasportati fuori dai guai e scorse, al limite della sua scurovisione, una forma alata dai contorni umanoidi. I capelli e le vesti gli parvero immediatamente familiari... Rast? Quest'ultima atterrò a pochi metri di distanza dall'ombra danzante, che tornò visibile per farsi riconoscere.
"Ah, sei qui.", la donna lanciò un'occhiata di sfuggita al compagno. "Gli altri si trovano su un isolotto più al largo. Hai controllato se..."
"Ho dato un'occhiata.", la interruppe Onikage. "Non ho trovato nessuno, ma non ho controllato all'interno del tempio."
"Vado a riprendere Ken e Cluracan, allora. Aspettaci.", ma, voltandosi, Rast esitò. Onikage la vide indietreggiare di qualche passo, e liberare la pesante mazza ferrata dai legacci che portava alla cintola per stringerla fra le mani, guardando dritto dinanzi a sé: voltandosi dalla stessa parte, riuscì a vedere le acque del lago sollevarsi con ampi spruzzi mentre una creatura sinuosa volava ondeggiante, puntando alla terraferma.
Dopo poco il mostro atterrò sulla solida roccia dell'isola aggrappandosi al suolo con le zampe poderose, e dal suo dorso discese l'oracolo di Selune che prese a scrutare con attenzione le acque del lago dalle quali provenivano. Poi, in un battito di ciglia, il grande drago serpentiforme tornò alle sue fattezze originarie: i quattro avventurieri si erano alfine riuniti.
"La piovra gigante ci ha assaliti sullo spuntone di roccia,", disse riprendendo fiato. "e con lei stavolta c'erano una specie di pesci deformi muniti di tentacoli... tre o quattro in tutto..."
"Aboleth.", affermò l'angelo, catalizzando l'attenzione dei suoi compagni. "Mi sembrava di averne intravisto qualche esemplare, in effetti. Sono anfibi estremamente crudeli e intelligenti, in grado di utilizzare un ampio numero di poteri psionici per soggiogare altre creature viventi e renderle schiave. Meglio muoverci in fretta dall'isola: la piovra forse non può raggiungerci sulla terra, ma loro sì."
Esplorarono brevemente il santuario degli uomini pesci, accertandosi che fosse sgombro da ogni pericolo. Cluracan si inginocchiò nei luoghi in cui Daeron, Cheng e Kasumi persero la vita, pronunciando una breve preghiera a Selune affinché vegliasse sulle loro anime. Poi, il gruppo si radunò all'estremità orientale dell'isola.
"Stando alla mappa, dalla costa della caverna dei giganti alla sponda opposta ci sono circa 30 chilometri di lago da attraversare.", annunciò il sacerdote.
"La barca può servirci allo scopo, ma nessuno tra noi è in grado di governarla. Sarebbe un rischio, specie se dovessimo venire attaccati dalla piovra o dai suoi... amichetti.", puntualizzò Ken.
"Sono in grado di trasportare due di voi senza problemi.", propose il celestiale. "Potrei fare due viaggi, anche se ci vorrà parecchio."
"Puoi prendere Ken e Cluracan con te, dunque,", disse la tenebra. "mentre io cercherò di raggiungere la riva opposta con le mie forze."
"E come? A nuoto?", lo provocò Ken. "O forse sai volare anche tu e non ci hai detto nulla finora?"
"Volare non è esatto... ma so materializzarmi nel buio a piacimento, coprendo grandi distanze. E qui l'oscurità è pressoché totale... conoscendo approssimativamente la direzione, posso compiere una lunga serie di balzi tra le ombre stando attento a non entrare a contatto con l'acqua. Un azzardo notevole, certo, ma è anche il modo più veloce che abbiamo per proseguire."
"Tch,", fu il commento dell'angelo. "se hai deciso di rischiare l'osso del collo, fà pure. Ma non ho intenzione di venirti a ripescare in mezzo a questo fetido lago."
"Né io mi aspetto un simile gesto. Se riuscirò, ci rivedremo dalla parte opposta. Altrimenti... proseguite pure senza di me."
Ciò detto, Onikage scomparve per nascondersi sul vicino arenile, in attesa che Rast spiccasse il volo assieme a Ken e Cluracan. Dopodiché, cercando di tenere sempre i suoi compagni all'interno del proprio raggio visivo, cominciò a spostarsi tra le ombre della gigantesca caverna che ospitava il lago: il compito fu difficile e certamente anomalo, più di una volta gli capitò di superare il celestiale o di sfiorare le acque del bacino, ma la sua concentrazione e, probabilmente, una piccola dose di buona sorte lo aiutarono a superare anche questa prova, consentendogli di raggiungere incolume il cunicolo assieme al resto del gruppo.
Lasciandosi alle spalle il Lago delle Ombre, gli avventurieri si incamminarono alla volta del punto segnato sulla mappa come la Tana di Glouroth, totalmente ignari di chi o cosa fosse il summenzionato Glouroth. La tensione del precedente scontro con i diavoli venne ben presto smorzata dalla monotonia del viaggio nei cunicoli del sottosuolo: in parte era comunque preferibile percorrere chilometri e chilometri di gallerie rocciose sempre identiche piuttosto che affrontare orde di creature infernali senza sosta, ma la consapevolezza di trovarsi a una tale profondità senza la certezza di possedere una via di fuga sicura per tornare in superficie era un particolare non trascurabile, che avrebbe messo in agitazione anche il più incrollabile degli animi. L'unica anomalia che attirò la loro attenzione in quella sconfinata galleria fu una porzione di parete diversa dal solito, talmente impregnata di potenza magica da mutare la sua superficie come fosse un organo di un essere vivente: le menti degli avventurieri vennero inondate da un ronzio acuto e fastidioso, segno tangibile delle interferenze nella Trama che quel luogo manifestava sul piano materiale.
"Questo è un nodo,", Cluracan spiegò ai suoi compagni. "un punto in cui l'energia fluisce senza controllo e si materializza in forma concreta dinanzi ai nostri occhi."
Tutti gli altri sentivano in effetti i loro corpi entrare in risonanza in misura più o meno intensa con gli influssi arcani emanati dall'area in cui si trovavano,, e sapevano istintivamente che sarebbe stato molto più saggio allontanarsi da lì il più in fretta possibile.
"Non credo sia consigliabile indagare più a fondo di così. Proseguiamo.", annunciò Ken voltando le spalle alla parete e inoltrandosi più a fondo nel cunicolo, la torcia perenne ben salda in mano. Il sacerdote di Selune lo precedeva di poco, mentre dietro di sé poteva percepire la presenza di Rast e, a malapena, quella di Onikage. Un'improvvisa folata di vento, probabilmente l'ennesima corrente sotterranea, lo costrinse a chiudere gli occhi per un momento.
Quando li riaprì, attorno a lui c'era soltanto buio.
"Ken? Rast? Onikage?", chiamò, ma non ottenne risposta. La scurovisione non lo aiutava, l'oscurità era ben più che semplice penombra. Magia, forse.
Annaspò con le braccia. Davanti a sé, niente. Di lato, niente.
Si inginocchiò e prese ad avanzare a tastoni, finché non urtò qualcosa con le dita.
Un oggetto viscido, cilindrico, piuttosto grosso. No, anzi: l'intero pavimento era cosparso di una sostanza liquida e appiccicosa. Non fu necessario avvicinare la mano al volto per identificarla.
Sangue. L'intera stanza, o qualunque fosse la natura del posto in cui si trovava adesso, era zuppa di sangue.
Strinse e sforzò gli occhi finché non gli fecero male, tentando di capire con la vista e col tatto cos'era quell'oggetto immerso in quel mare di sangue.
Poco vicino ne toccò un altro. E poi un altro. E un altro ancora. Uno degli strani oggetti sussultò, strozzandogli un'esclamazione in gola mentre ritraeva le mani.
Poi, a poco a poco cominciò ad abituarsi a quel buio innaturale. O meglio, fu il buio a diradarsi, e la realtà dei fatti lo colpì in pieno volto come uno schiaffo.
Tutt'intorno a lui, i cadaveri dei suoi compagni. Il sangue non aveva ancora smesso di defluire dai loro corpi.
Rast, riversa a terra... il ventre squarciato... le ali strappate con violenza e fatte a pezzi... un braccio era stato spezzato di netto e giaceva a terra piegato in un'angolazione anomala... parte del viso era deturpato da un'orrenda bruciatura...
Onikage, appoggiato ad una parete... le mani ridotte a moncherini... le gambe e il petto frantumati da una serie di colpi violentissimi... la testa ciondolava inerme, mentre dal collo sporgeva un pezzo di colonna vertebrale... qua e là, una leggera brina ricopriva i suoi resti...
Le ginocchia di Cluracan cedettero, si alzò a fatica in piedi: d'istinto cercò di individuare la fonte del male, l'essenza della creatura che aveva compiuto quell'atroce massacro. Niente, né a sinistra, né a destra... né in alto... né sotto di lui...
Una forma si mosse poco più in là, una forma dalle sembianze umanoidi...
"Ken!", urlò Cluracan gettandosi nella sua direzione. Ma non era Ken la figura che si stagliò davanti allo sbalordito sacerdote. O meglio, non il Ken che lo aveva accompagnato fino ad allora in quei sotterranei.
Non aveva più il mantello nero, e le sue carni dilaniate dal bacio impuro di Loviatar ora erano esposte alla luce. Grondava sangue, ma non dalle sue ferite... era evidente che il liquido rosso sul suo corpo non era il suo sangue. La faccia attraversata da innumerevoli cicatrici si allargò in un sorriso mentre gli occhi sgranati osservavano con la lucida follia di un assassino lo sgomento di Cluracan, il quale d'un tratto venne travolto dall'inusitata malvagità che traboccava dal suo corpo, peraltro molto più grande del normale. Quell'uomo, che fino a pochi istanti prima aveva considerato un compagno, era adesso quanto di più lontano ci fosse dal semplice concetto di umanità. Ciò che aveva al suo cospetto era una enorme, gigantesca belva mossa da istinti primordiali, incapace di ubbidire a qualsivoglia ordine se non a quelli dettati dalla dea che lo aveva corrotto, e che ora appariva come un'effige eterea dietro le spalle del combattente, carezzandone il corpo devastato dal suo flagello con una silenziosa risata di vittoria...
Emettendo un latrato selvaggio, Ken si slanciò e protese una mano verso il chierico, schiacciato a terra dal panico. Lo afferrò e lo sollevò in aria come un fuscello, mentre l'altra mano si strinse in un pugno avvolto da folgori elettriche, pronto a frantumargli la cassa toracica come fosse stata quella di un canarino. Cluracan sentì le ossa cedere sotto la stretta poderosa del monaco, e i sensi lo abbandonarono un istante prima che il maglio ferino di Ken gli raggiungesse lo sterno.
Non sentiva più nulla, tutto era ancora una volta oscurità. Attimi eterni, si sentiva sospeso in un vuoto assoluto, raggelante. Era... morto?
"Cluracan!"
Aprì gli occhi di colpo: i suoi compagni erano attorno a lui, la nuca poggiava sulla fredda roccia del tunnel del Sottosuolo.
"Cos'é successo? Sei svenuto di colpo non appena ci siamo allontanati dalla zona di magia instabile!", lo informò Ken. Rast era lì vicino, con una mano gli toccava la fronte. In piedi, tenendosi a distanza, Onikage lo osservava dalle ombre.
"Non sembra ferito, né sotto gli effetti di un qualche tipo di malattia o maledizione.", Rast si alzò in piedi, ripulendo le vesti dalla polvere.
"Quanto tempo è...?", chiese il sacerdote.
"Meno di un minuto.", gli fece eco la voce dell'ombra danzante. "Ti sei accasciato con un rantolo, e sei stato immediatamente soccorso."
Cluracan si sollevò da terra, aiutato dal monaco arcano. Ken... le sue fattezze adesso erano normali, ma per quanto ancora? Quanto sarebbe passato prima che la sua volontà si piegasse definitivamente ai voleri di Loviatar...?
"Ho avuto... un'altra visione. Forse il contatto è stato agevolato dall'immane quantità di energia magica che fluiva dall'area instabile che abbiamo superato poc'anzi."
Lo sguardo del chierico si posò a turno sui suoi compagni in attesa.
"Selune mi ha voluto avvertire per l'ennesima volta... il seme del male è oramai piantato nel nostro gruppo e sta crescendo a velocità vertiginosa... è solo questione di tempo prima che i suoi putridi frutti vengano alla luce..."
"Un gruppo eterogeneo, hm?", Rast scrollò le spalle. "Mi domando se Tempus non abbia deciso di inviarmi su Toril per sterminare voi, anziché i drow..."
"Sono accuse pesanti queste, Cluracan...", intervenì Onikage uscendo dal suo nascondiglio. "ti sembra prudente destabilizzare in questo modo il già fragile equilibrio che si è instaurato fra di noi? Ti ho già detto mille volte che io..."
"Questa volta la cosa non riguarda te, tenebra.", lo interruppe Cluracan bruscamente. "Selune non ha bisogno di rammentarmi ogni volta quanto sia malvagio il cuore che batte nel petto di quelli della tua razza. Né io ho intenzione di dimenticarmene."
Il silenzio si fece pesante.
"Parla chiaro, dunque.", lo incalzò Ken, certo della risposta. "A chi ti stai riferendo?"
Cluracan deglutì, voltandosi lentamente verso il monaco arcano.
"A te, Ken. Mi sto riferendo all'immondo bacio di Loviatar che sta divorando le tue carni. E che metterà ben presto tutti noi in estremo pericolo!"
Onikage giura e spergiura di aver scritto queste parole alle ore 18:23 sotto l'effetto di un incantesimo di charme.
Linkale direttamente per testimoniare contro di lui, se ti va.
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