martedì, 01 agosto 2006

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CRONACHE DI AMMO - Parte Seconda

PREMESSA: Seconda e, ahimè, ultima parte delle mirabolanti gesta di quattro ragazzi nell'universo nippo-fantascientifico di Ammo, il finale della missione vi stupirà con roboanti esplosioni, pugni a razzo e... scaffali di legno. Inoltre, l'affascinante mezza-demone darà dimostrazione di come si possa uscire dalle situazioni più complicate lavorando di testa. Letteralmente.
A voi!

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Il palazzo era alto tre piani, ma non si potevano raggiungere i livelli superiori dall'esterno perché da quel lato non c'erano finestre, solo un'enorme insegna al neon spenta che riportava la dicitura "SUPERMARKET 7-11". Kojiro intravide una scala di metallo che portava sul tetto, ma realizzò che sarebbe stato arduo salirla con l'armatura indosso e non aveva tempo per mettersi a cercare altri accessi intorno all'edificio, così fece scattare i rampini inseriti negli stivali del Battlemover, ancorandosi saldamente al terreno. Armò il cannone al plasma e prese la mira: centinaia di particelle d'energia si accumularono intorno alla canna, per poi consolidarsi in una sfera giallastra pulsante. L'arma era abbastanza potente da ricavare un buco sulla parete sufficiente a consentirgli il passaggio. Aggrottò le ciglia e tirò il grilletto, sperando che i suoi compagni non si trovassero troppo vicino al muro che stava per distruggere...

Si fosse trattato solo di un occhio gigante appeso al soffitto, i due ragazzi avrebbero comunque potuto allontanarsi agevolmente dal luogo dell'avvistamento, benché l'orrore che la creatura stava infondendo in loro metteva a dura prova i nervi di entrambi. Invece, abituando pian piano la vista all'oscurità, Takashi e Musashi si resero conto che, tutto intorno al mostruoso bulbo oculare che li stava fissando, si dimenavano una ventina di tentacoli simili a enormi serpenti neri, ricoperti da quella bava verde che stava gocciolando sul pavimento.
Nello stesso momento in cui il demone allungava le terrificanti protuberanze per ghermire le due prede, tuttavia, un enorme boato squarciò l'aria, pezzi di intonaco e calcinacci riempirono l'aria, e lo scaffale alla destra dei ragazzi rovinò con uno scricchiolio su di
loro.
Takashi guardò la creatura colpita dai detriti, poi il buio lo avvolse.
Anche Musashi venne travolta dall'enorme espositore di legno, ma non svenne come il suo amico. Anzi, quella fu la classica goccia che fece traboccare il vaso, e così liberò l'energia demoniaca custodita nel proprio corpo. La sua massa muscolare si ingrandì a dismisura, dei vestiti non rimasero che pochi brandelli, e l'armatura si disintegrò totalmente a causa dell'incredibile aumento della circonferenza toracica. Un paio di enormi ali nere fuoriuscirono dalla schiena della ragazza (anche se, ormai, di femminile aveva ben poco...), e quando le stese un ruggito uscì dalla sua bocca. Le unghie di mani e piedi si allungarono e divennero nere, sulla fronte spuntò un corno decisamente appuntito di circa venti centimetri, al di sotto del quale era visibile una scintillante gemma rossa.
Una volta completata la trasformazione, per Musashi era impossibile rimanere in piedi all'interno del magazzino, poiché adesso era ben più alta del soffitto, così liberò Takashi dallo scaffale che lo stava schiacciando e lanciò il mobile attraverso il buco nella parete. Del mostro sembrava non esservi più alcuna traccia.
Il mago scrollò la testa, ancora stordito, e rimase per un attimo senza fiato nel vedere Musashi trasfigurata nel demone Sazaku che la possedeva: era a conoscenza del potere nascosto della sua compagna, ma ogni volta che osservava la mutazione non poteva fare a meno di rimanere stupito.

Kojiro aspettò che il fumo si diradasse, l'impatto del raggio al plasma era stato davvero tremendo, e persino con i piedi saldamente fissati al suolo tramite i rampini aveva perso pericolosamente l'equilibrio, rischiando di rovinare a terra a causa del notevole rinculo. Comunque, aveva raggiunto il suo obbiettivo: ora il muro frontale del supermercato presentava un largo squarcio del diametro di un paio di metri, in grado di consentirgli l'accesso al primo piano. Ritrasse i rampini e accese i retrorazzi, poi piegò le ginocchia e balzò in direzione del buco.
Fu in quel momento, mentre stava per atterrare all'interno del magazzino, che qualcosa si avventò su di lui.
Non era un umano.
Non era un demone.
Era uno... scaffale di legno.
Il ragazzo emise un urlo strozzato, dopodiché franò al suolo assieme all'espositore, schiantandosi violentemente proprio di fronte alla porta d'entrata del supermarket. Gli ci vollero un paio di minuti per realizzare cosa fosse successo, poi si rimise in piedi e saltò nuovamente attraverso il buco nel muro, questa volta compiendo l'operazione senza problemi. Vide Musashi nella sua forma demoniaca che aiutava Takashi ad alzarsi, per poi cominciare a distruggere ciò che restava degli altri scaffali divelti. Ora lo stava fissando mentre stritolava quindici confezioni formato famiglia di biscotti, contemporaneamente.
L'imboccatura del cannone al plasma fumava ancora.
Il demone strinse gli occhi ed emise un ringhio.
-A... avete avvistato qualcosa?-, Kojiro tentava disperatamente di cambiare discorso.
-Sssì... uuhn...-, Takashi era visibilmente intontito, e non riusciva a reggersi in piedi.-c'era... c'era una creatura mostruosa piena di tentacoli con un occhio nel mezzo. Ci stava per attaccare, quando è crollato tutto...-
Il mago finì di pronunciare la frase, poi cadde lentamente a terra tenendosi la testa fra le mani. Kojiro si avvicinò a lui per sorreggerlo.
-Takashi! Non ti senti bene? Cosa ti succede??-
-N... no, non è niente... uff... probabilmente è a causa della botta in testa di prima, quando m'è crollato addosso lo scaffale...-
A quelle parole, Kojiro sentì un brivido freddo dietro la schiena.
Musashi lo stava chiaramente osservando con un misto di rabbia e rassegnazione. In lontananza, si poteva udire un corvo gracchiare.

Il ragazzo nell'Arashi accese il comunicatore di quest'ultimo.
-Kirimaru, mi ricevi?-
Scariche di elettricità statica attraverso l'altoparlante.
-A fatica! Ci sono un mucchio di interferenze qui! Va tutto bene lassù? C'è stata un'esplosione e ora qua per terra è pieno di prodotti alimentari!-
-Ehm... sì, tutto ok, più o meno... che ne hai fatto dei ladri?-
-Ho contattato l'AP, saranno qua tra cinque minuti. Intanto li sto tenendo d'occhio.-
-Takashi e Musashi hanno avvistato un'entità demoniaca, ma il rilevatore di posizione ce l'hai tu, per cui non possiamo localizzarlo con precisione. Appena arriva l'AP precipitati al primo piano!-
-Roger! Passo e chiudo!-
Musashi-Sazaku si aggirava per il locale lentamente, come se stesse fiutando qualcosa nell'aria. Kojiro si alzò in piedi dopo aver adagiato Takashi contro una colonna, quindi iniziò anche lui ad esplorare il posto: evidentemente, il supermarket vero e proprio era
limitato al pianterreno, visto che anche questo era in tutto e per tutto un magazzino di contenimento. Una pesante porta di metallo con un largo oblò appannato e un regolatore della temperatura consentiva l'accesso alla cella frigorifera. Oltre agli scaffali, c'erano quattro colonne di metallo in mezzo alla stanza, una per angolo, e una porta-finestra che si affacciava su una balconata.
Il corpo di Takashi venne scosso da un tremito, poi il ragazzo si allontanò dalla colonna alla quale era appoggiato e si mosse in direzione del sopracitato balcone.
-Takashi, sicuro di stare bene?-, chiese Kojiro.
Il mago non rispondeva e continuava a camminare verso l'apertura, lo sguardo fisso e vacuo.
-Dannazione, qui c'è qualcosa di strano... Musashi?-, Kojiro si era avvicinato a Takashi e aveva fermato la sua avanzata bloccandolo per un braccio.
-Cosa c'è?-, la voce della ragazza suonava profonda e gutturale, ora che aveva assunto la forma di Sazaku.
-Assicurati che Takashi non si allontani da qui, io vado a dare un'occhiata fuori. Questo demone dev'essere in grado di esercitare un controllo mentale sulle persone... Kirimaru, ci sei?-
Il comunicatore rimase in silenzio.
-Kirimaru? Rispondi, Kirimaru!-
Nulla.
L'Arashi si affacciò al buco nel muro. Una camionetta dell'AP si stava allontanando all'orizzonte, ma dello Shinden e del suo occupante nessuna traccia.
-Merda! Merda! MERDA! Sta andando tutto storto!!!-

Impugnò la mitragliatrice e, fermandosi a circa trenta centimetri dalla balconata, guardò il soffitto: c'era un'evidentissima traccia di melma verdastra che proseguiva all'esterno. Kojiro contò mentalmente fino a tre, poi si catapultò sulla balconata, puntando l'arma verso l'alto.
Il demone era esattamente sopra di lui, e lo stava fissando con quell'abominevole occhio senza palpebre.
Un istante prima che il mitra dell'Arashi vomitasse tutti i proiettili contenuti nel caricatore in direzione del mostro, quest'ultimo fece schioccare tre dei suoi tentacoli, avvinghiando l'esoscheletro di Kojiro in una stretta micidiale e sollevandolo da terra. L'arma gli scivolò di mano, cadendo a terra con un tonfo metallico. Il ragazzo poteva sentire le varie parti dell'armatura contorcersi e incrinarsi pericolosamente, conscio del fatto che, se non avesse avuto indosso il Battlemover, a quell'ora sarebbe di sicuro morto stritolato. Tentava con tutte le sue forze di contrastare la morsa che lo imprigionava, ma
senza alcun successo.
-Kojiro!!!-, la voce di Takaschi risuonò debole e lontana nelle sue orecchie.
Il mago si era liberato dal controllo mentale del demone, precipitandosi immediatamente sul parapetto, e adesso stava puntando la sua calibro 22 contro l'occhio gigante.
Sapeva che in quelle circostanze la sua magia non poteva aiutarli, dato che per completare la formula magica aveva bisogno di conoscere anche il nome della creatura, ma non aveva mai visto un essere del genere in vita sua.
Anche Musashi era uscita, e adesso si trovava a mezz'aria di fronte al demone, gli occhi e la bocca contratti in una smorfia di rabbia terrificante. Stava pensando a un modo per attaccare il demone senza danneggiare Kojiro, anche perché questi poteva venire usato come scudo dal mostro.
La pistola di Takashi sparò. Tre colpi, dritti al centro della pupilla.
Pur non possedendo apparentemente alcun apparato vocale, la creatura emise un verso agghiacciante, simile allo stridìo che potrebbero produrre decine di unghie strofinate su una lavagna, mentre fiotti di liquido verde colavano dai fori causati dai proiettili.
Per un istante, i tentacoli allentarono la presa sull'Arashi, e Kojiro approfittò del momento per radunare tutte le sue forze in un ultimo strattone e liberarsi dalla presa. Nell'attimo in cui toccò il pavimento della balconata, con un unico gestò roteò il busto, portò la mano destra al cinturone ed estrasse la spada, pronto a sferrare un micidiale fendente contro l'essere che si dimenava freneticamente sul muro del supermercato, ma anche questa volta venne anticipato da un'ombra nera che sfrecciò a tutta velocità sopra la sua testa: si trattava di Musashi-Sazaku, la quale di slancio conficcò il corno frontale nell'occhio del demone, trapassandolo da parte a parte e sfondando la parete sulla quale si trovava, finendo per rovinare assieme al mostro contro gli ultimi scaffali rimasti integri.

Per un attimo, i ragazzi rimasti sul balcone rimasero immobili nelle posizioni che avevano assunto: Kojiro con la katana sfoderata e la lama rivolta al cielo, Takashi con la pistola puntata verso il muro ove si trovava il demone, anche se ora non c'erano più né demone né
muro.
Il mago ripose la pistola nella fondina, poi entrò nel magazzino per controllare la situazione, mentre Kojiro tentò nuovamente di mettersi in contatto con Kirimaru.
-Kirimaru, dove sei? Riesci a sentirmi adesso?-
-Ci sono, Koji! Mi sono liberato del Battlemover e sto per salire sulla scala mobile!-
-Ti sei... cosa?-, Kojiro ricordò che l'unico modo per togliersi un Battlemover da soli era tramite un pulsante posto alla base del collo che faceva, per così dire, "esplodere" la tuta, sparando i vari pezzi dell'esoscheletro in tutte le direzioni, questo sia per effettuare un ultimo attacco disperato quando il Battlemover stava per essere
distrutto, sia per consentire ai piloti feriti gravemente all'interno di non rimanere schiacciati dalla pesantezza dell'armatura.
In una casa poco distante, un ragazzo si stava chiedendo perché il suo televisore era stato distrutto da un pugno metallico entrato a velocità pazzesca dalla finestra. Pensando a una punizione divina, promise di non guardare più programmi erotici la sera tardi...
-Kirimaru! Ti rendi conto di quello che hai fatto!? Ora come giustificheremo la perdita dello Shinden ai responsabili della CCC??-
-Beh, comunque ho recuperato il comunicatore e il radar! Ehi, percepisco tre presenze al primo piano!-
-...-, Kojiro sospirò e chiuse la comunicazione.
Dopo qualche secondo la figura di Kirimaru Oni si stagliò all'uscita delle scale mobili, e anche senza Shinden indosso risultava davvero imponente a vedersi. Alto più di un metro e novanta, i capelli lunghissimi e dai riflessi blu raccolti in una coda toccavano quasi il pavimento, ma la cosa che risaltava di più era la muscolatura, tanto perfetta da sembrare scolpita, messa in evidenza soprattutto dalla Undersuit che indossavano i piloti di Battlemover.
-Un demone!-, esclamò, vedendo Musashi-Sazaku ripulirsi dalla melma verdastra che le ricopriva quasi interamente il corpo. Anche Kirimaru rimaneva spesso sorpreso dall'aspetto della ragazza quando si trasformava.
Musashi lo guardò, poi scosse la testa con un sommesso brontolìo, sconfortata.
-Kiri, il demone è stato già sconfitto,-, disse Takashi. -Ora torniamo alla base e facciamo rapporto.-
-Sì, ma... come spiegheremo tutto questo disastro? Il supermercato è semidistrutto!-, sottolineò Kirimaru. Effettivamente, due dei tre piani che costituivano l'edificio erano parecchio malmessi, tuttavia era incredibile notare come, sebbene si fosse svolto un combattimento con un demone al primo piano, i danni riportati al pianterreno erano praticamente allo stesso livello, muri sfondati a parte. Riflettendo su questo, Takashi e Musashi guardarono con gli occhi a fessura Kirimaru...
-Dimentichi una cosa,-, precisò il mago. -e cioè che i Battlemover possiedono un sistema di registrazione satellitare audio/video, quindi tutto ciò che vedi e senti quando hai indosso l'armatura viene automaticamente trasmesso al quartier generale. Questo vuol dire che alla base già sanno chi è stato a combinare tutto questo macello...-
Kojiro pensò allo scaffale di legno che lo colpiva in piena faccia e, silenziosamente, si avviò verso le possenti mura del Core...

L'attuale base del CCC è situata nella periferia di Kyoto, ai confini del perimetro d'acciaio. Le sue strutture sono state ricavate all'interno della vecchia metropolitana, ora abbandonata, proprio al di sotto degli stabilimenti cinematografici in cui ancora si girano gli esterni dei film di fantascienza. La base è collegata agli stabilimenti per mezzo di accessi segreti. Il fatto di trovarsi all'interno della vecchia rete metropolitana fornisce al CCC una rete di collegamento estremamente capillare e funzionale con ogni punto
della città, compresa l'area del Core. Ogni uscita della metropolitana è presidiata da uomini dell'esercito e del CCC; le uscite che invece si trovano all'interno del Core sono sottoposte anche alla vigilanza dell'AP.
Una volta giunti all'entrata del QG, il gruppetto trovò ad accoglierli il professor Yamagata a braccia conserte.
Quando vide i suoi allievi, l'anziano professore annuì. Poi guardò Kirimaru, e scosse la testa. Sembrava un gesto abbastanza diffuso tra tutti coloro che imparavano a conoscere il ragazzo...
-Abbiamo supervisionato la vostra missione,-, esordì Yamagata. -e devo ammettere che per essere la prima esperienza sul campo non ve la siete cavata affatto male. Ora gli istruttori stanno proiettando in sala audiovisivi il resoconto filmato del vostro combattimento nel magazzino, per mostrare alle nuove reclute le tattiche di guerriglia
urbana che avete adoperato, anche se alcune non erano molto ortodosse...-, detto questo, guardò prima Kirimaru e subito dopo Kojiro, il quale abbassò mestamente lo sguardo.
Kirimaru, invece, sembrava alquanto perplesso.
Dalla sala accanto provenivano un vociare sommesso e, di tanto in tanto, delle sonore risate. Alle spalle dei ragazzi, soffiava un vento gelido...
Il professor Yamagata si schiarì la voce: -Comunque sia, ben fatto ragazzi. Avete due giorni di riposo prima della prossima ronda. Potete ritirarvi nelle vostre camere, ora.-
Musashi venne accompagnata in infermeria dagli altri compagni, visto che lo sforzo necessario per la trasformazione era stato davvero elevato e, una volta ritornata alla sua forma umana, la ragazza aveva bisogno di almeno otto ore di riposo assoluto. Inoltre, doveva effettuare al più presto una disinfezione totale del corpo, visto che era stata a
diretto contatto con il demone e i suoi umori. Poi passarono in officina, per riparare il Battlemover danneggiato di Kojiro. Quando Kirimaru tentò di spiegare ai tecnici cosa fosse successo alla sua armatura, gli uomini risposero con un secco: -Sì, lo sappiamo già.-
Una voce da dietro i macchinari urlò: - La prossima volta, però, cerca di sganciare l'esoscheletro solo quando sei in pericolo di vita, non per salire le scale!-, e la maggior parte degli operai scoppiò a ridere. Una libellula solitaria attraversò la stanza, mentre i tre ragazzi si ritirarono ognuno nella propria stanza.

Elgard giura e spergiura di aver scritto queste parole alle ore 10:02 sotto l'effetto di un incantesimo di charme.

Linkale direttamente per testimoniare contro di lui, se ti va.

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lunedì, 31 luglio 2006

Tag associati: avventure

CRONACHE DI AMMO - Parte Prima

PREMESSA: Eoni fa, prima di incontrare lo scalcinato gruppo di perditempo con i quali gioco tutt'ora di ruolo, questa piacevole pratica non era troppo popolare nel giro delle mie amicizie di allora. Tuttavia, ogni tanto saltava fuori l'eccezione a conferma della regola, e fra gli sporadici episodi del genere ci fu una parentesi di un paio di partite ad Ammo, un GdR italianissimo e (credo) ormai defunto che accorpava svariati elementi presi dal fantasy e dalla fantascienza made in Japan (demoni, robottoni, magia, ecc...) per accorparli in un'unica ambientazione davvero ben realizzata. Questa coppia di partite stimolò anche la mia personalità da scriba, e così buttai giù il reportage romanzato della nostra (dis)avventura che ho ripescato proprio questa notte dal backup di uno dei miei vecchi hard disk.

Ho pensato dunque di riproporvela qui divisa in due parti, proprio come all'epoca la scrissi fra i messaggi dei newsgroup da me frequentati: ci tengo a sottolineare che ho effettuato solo una marginale opera di impaginazione e correzione, perciò non mi ritengo responsabile di eventuali errori di battitura, periodi astrusi e costruzioni grammaticali senza capo né coda ivi utilizzate (anche se dovrei perchè, dopotutto, questa roba l'ho scritta sempre io )... bando alle ciance, perciò, e buttatevi nella lettura!

P.S.
Da notare la finezza: il mio PG si chiamava Kojiro Hyuga, aka Mark Lenders in Italia... ehhh, i vecchi miti non crollano mai...

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Il cielo di Kyoto era scuro, anche quella notte. Niente luna, niente stelle, niente di niente.
Le ciclopiche pareti di metallo che costituiscono il perimetro del Core, ciò che una volta era conosciuta come Kyoto Tower, sembravano ancor più minacciose e opprimenti, e la scarsa visibilità non aiutava affatto i quattro ragazzi di pattuglia.
Il primo indossava un Battlemover, esoscheletro da ricognizione modello Shinden, i suoi passi risuonavano debolmente nell’oscurità. Imbracciava una mitraglietta calibro 12 a canne rotanti, mentre sul braccio destro era alloggiato un piccolo cannone da 20 mm. I lampioni poco distanti si riflettevano nel visore del casco, scintillando vividamente quando la testa di Kirimaru volgeva a destra e a sinistra con circospezione. Kirimaru Oni, 17 anni, pensava al lavoro che stava svolgendo per conto della CCC, la Codimensional Combat Corporation. Stava pensando ai suoi coetanei, le cui uniche preoccupazioni ora potevano essere al massimo gli esami d’ammissione all’università. In certi momenti avrebbe pagato oro per trascorrere intere nottate a studiare sui libri, invece di perdere ore ed ore al poligono di tiro o sul campo di addestramento, ma ormai sapeva che nulla era più come prima...

I media avevano parlato di un satellite fuori controllo che era inaspettatamente precipitato su Kyoto, ma tutti i membri della CCC erano a conoscenza della verità: a bordo della nave aliena orbitante attorno a Titano, una delle lune di Saturno, venne rinvenuto uno strano ordigno e una gigantesca armatura alta sette metri, in seguito ribattezzata con il nome di Crimson Phoenix. Il professor Yamagata, fondatore del CCC, fu incaricato di studiare il possente esoscheletro, e grazie alle sue ricerche videro la luce i Battlemover, il prodotto più avanzato della scienza e della tecnologia militare, mossi da una rrivoluzionaria fonte energetica sempre scoperta da Yamagata: l’energia mentale. Nessuna scoria, nessun inquinamento, nessun combustibile, nessun comburente, nessuna trasformazione di materia in energia. Il sogno millenario di una fonte d’energia pulita era divenuto realtà.
L’inquietante bomba, chiamata D-Destroyer, fu invece affidata nelle mani del dottor Tsukamoto, il quale presumibilmente giunse alle stesse conclusioni di Yamagata ma volle tenere per sé l’incredibile scoperta, e fu così che il 19 febbraio 2030 uccise tutti i suoi collaboratori e lanciò il D-Destroyer sulla Kyoto Tower. Secondo i suoi calcoli, l’esplosione dell’ordigno alieno avrebbe distrutto completamente la materia organica e inorganica entro un raggio pari al doppio delle reali dimensioni della città, dunque in questo modo sarebbe riuscito a spazzare via il laboratorio del suo rivale Yamagata, situato appunto a Kyoto. Il bagliore che fece seguito all’impatto fu talmente intenso da illuminare a giorno una superficie di parecchie miglia quadrate, ma i suoi effetti distruttivi non furono maggiori di quelli prodotti da un’auto bomba. In questo modo, solo la Kyoto Tower venne danneggiata gravemente, mentre del professor Tsukamoto si persero misteriosamente le tracce. I lavori di ricostruzione furono avviati all'istante, ma due giorni dopo l’incidente si scatenò l’orrore: dalle fondamenta dei magazzini situati alla base della torre cominciarono ad emergere creature mostruose e sanguinarie, che sembravano avere come unico obbiettivo l’eliminazione di qualsiasi forma di vita. Uomini, donne, adulti e bambini, molti caddero sotto i loro attacchi e nessuno sembrava in grado di contrastarli. Il sindaco Kimiya, con l’ausilio dei Battlemover dell’esercito, fece circondare completamente l’area attorno alla torre, e in seguito furono innalzate enormi mura di metallo per tentare di circoscrivere l’orribile invasione. Da quel momento, la Kyoto Tower assunse il nome di Core ma, seppur possenti, le pareti di metallo non potevano contenere per sempre quell’orda infernale, ed era chiaro che la distruzione di Kyoto era stata soltanto rallentata. Nel febbraio del 2031 le mura di recinzione furono abbandonate, il perimetro di contenimento venne arretrato di quasi un chilometro e alla gente non restò che attendere in silenzio il momento in cui quelle creature, da tutti ritenute nient'altro che progenie infernale, avrebbero definitivamente abbattuto le pareti d’acciaio e invaso la città. Ma, come la mitologia classica insegna, dopo migliaia di demoni dal vaso di Pandora per ultima uscì la speranza, che in questo caso si materializzò sotto forma di un manipolo scelto di uomini e donne, tutti coadiuvati da Battlemover d’assalto. Alcuni di loro facevano addirittura uso di magia. Furono questi ragazzi a respingere un attacco nei pressi di Teramichi, e con la vittoria conseguita il CCC entrò ufficialmente in campo, occupandosi da quel momento in poi di combattere e studiare i demoni che da allora, lentamente ma inesorabilmente, cercano di invadere il nostro mondo.
Era questo l’elemento fondamentale che dava coraggio e motivazione a Kirimaru e agli altri membri della squadra: tutti portavano sulle spalle un enorme carico di responsabilità, ma sapevano benissimo che senza il loro aiuto le sorti del pianeta sarebbero ben presto cadute in mano ai demoni, e dunque si erano ripromessi vicendevolmente di aiutarsi e combattere sempre fianco a fianco, qualunque cosa fosse successa.

La figura alle spalle del rosso Shinden di Kirimaru era un altro Battlemover, di colore violaceo e leggermente più massiccio: si trattava dell’Arashi di Kojiro Hyuga. A ogni passo, il cannone al plasma installato sul coprispalla destro dell’Arashi sobbalzava, accompagnato dal cozzare ovattato del metallo della mitragliatrice calibro 15, legata all’apposito sostegno del cinturone, contro il rivestimento dell’armatura sulla coscia. L’unico elemento che stonava nettamente tra tutto l’equipaggiamento high-tech dell’Arashi era una lunga katana tradizionale giapponese, riposta in un elegante fodero nero anch’esso agganciato al cinturone dell’esoscheletro. Al contrario della lama laser standard equipaggiata su ogni Battlemover, infatti, Kojiro preferiva utilizzare la spada ereditata dal padre, antico ricordo di un’epoca ormai quasi del tutto dimenticata. Venne chiamata Kurogane dal grande maestro d’armi che la forgiò, il celebre Koji Ikegaru, e la sua particolarità più grande era quella di poter convogliare l’energia fisica e mentale dell’utilizzatore nella lama, trasformandosi in un’arma pericolosissima e letale. La leggenda narra che Ikegaru fabbricò una sola spada nell’arco della sua vita, infondendo in essa tutto lo spirito combattivo che possedeva, e chiese che fosse recapitata come regalo al celebre condottiero Nobunaga; tale regalo, però, non giunse mai a destinazione, e un millennio dopo fu ritrovato da un antenato degli Hyuga, il quale giurò solennemente di onorare la memoria del defunto Ikegaru custodendo gelosamente la katana e impegnandosi a tramandarla solo ai membri più degni della sua famiglia. La Kurogane, infatti, non poteva essere impugnata da tutti, e fu così che Kojiro venne addestrato fin da bambino nell’arte della spada sotto la guida del padre Sanshiro e del nonno Shunpei, riuscendo infine un giorno, attraverso un complesso e doloroso rituale, ad impadronirsi legittimamente della spada e del potere in essa contenuto.

Il piccolo faro d’illuminazione installato sul casco dell’Arashi scrutava il muro del Core e la strada tutt’intorno e, a giudicare dal respiro pesante che sentiva attraverso il comunicatore collegato allo Shinden di Kirimaru, il suo compagno era teso almeno quanto lui.
-Nulla di sospetto in vista?-
Una mano batté nervosamente sulla spalla sinistra di Kojiro.
-No, Takashi, finora sembra tutto a posto. Sei agitato?-
Takashi Tachi, anch’esso diciassettenne come Kojiro e Kirimaru, ritrasse lentamente la mano, portandola sulla fondina della pistola d’ordinanza.
-E vorrei vedere! Credo sia normale per essere la prima missione di pattugliamento in assoluto, non credi?-
Takashi non indossava un Battlemover, ma una semplice armatura protettiva, e il motivo è presto detto: egli infatti era in grado di utilizzare la magia, e i complessi gesti rituali tramite i quali riusciva a canalizzare tale forza sarebbero risultati impossibili da compiere con indosso un pesante esoscheletro di metallo. Le leggi che regolano lo scorrere dell’energia magica sono ignote a gran parte dei mortali, e persino i maghi più navigati non riescono a comprenderle del tutto; fatto sta che alcuni esseri umani sono in grado di controllare questa energia sfruttandola a proprio piacimento. La CCC schiera tra i propri ranghi numerosi maghi, dato che gli incantesimi spesso e volentieri sono le armi migliori per contrastare l’avanzata dei demoni, ma ciò non toglie che questi ultimi abbiano piegato al loro volere diversi stregoni, i quali quindi rappresentano una notevole minaccia per i soldati della Corporazione. Inutile dire che di fronte alla potenza della magia anche i Battlemover a volte risultano inutili.
Takashi ripassava mentalmente le parole necessarie ai suoi incantesimi, chiedendosi se avrebbe avuto modo di sfruttare i suoi poteri in quella missione, quando una voce proruppe dalle sue spalle.
-Fermatevi, voialtri. Guardate là!-
A parlare era stata Musashi, una ragazza di 19 anni dagli occhi color del mare e dai capelli biondi incredibilmente lunghi. Anche lei era protetta solo dall’armatura base, e accanto alla pistola calibro 22 fornita dalla CCC aveva una frusta d’acciaio avvoltolata attorno alla cintura. Al contrario di Takashi, non era in grado di usare la magia, ma il motivo per cui non era stata dotata di Battlemover era altrettanto importante: Musashi da piccola era infatti stata posseduta da un demone, ma anziché trasformarsi in un mostro riuscì invece a dominare l’entità che tentava di prendere controllo del suo corpo, imprigionandola così nei profondi recessi della sua anima. In questo modo, era in grado di sprigionare volontariamente l’immensa forza custodita in lei, trasformandosi in tutto e per tutto in un demone della razza Sazaku ma continuando a mantenere la sua coscienza umana. Dunque, completando la trasformazione, Musashi avrebbe finito per distruggere il Battlemover in cui si fosse trovata, rischiando oltretutto di restare ferita.
Il dito della ragazza era rivolto in direzione di un magazzino nelle vicinanze e, puntando le torce dei loro Battlemover, gli altri si resero conto che il portone sul retro era nettamente scassinato. Kojiro si avvicinò all’apertura e sollevò completamente la saracinesca, permettendo così agli altri di entrare e dare un’occhiata.
-Kirimaru, io rimango qui a coprirvi le spalle. Restiamo in contatto tramite il comunicatore e avvertimi se vi trovate in pericolo.-
-Roger. Andiamo, ragazzi!-, Kirimaru e gli altri si addentrarono nell’oscurità, mentre Kojiro lanciò loro un ultimo sguardo prima che scomparissero del tutto dietro alcune casse.
I tre proseguivano lentamente ispezionando con cura i dintorni del magazzino. Era un classico deposito di materiale come ve ne sono a migliaia sul retro dei supermercati, ma oltre a scatoloni vuoti di varie dimensioni non c’era traccia di ladri o.... peggio, e forse in un certo senso era meglio così. D’un tratto, però, il rilevatore di posizione dello Shinden si accese, indicando alcune presenze oltre la porta scorrevole a due ante che separava il magazzino dal supermarket vero e proprio. Kirimaru fece un cenno ai suoi compagni ed entrò nel locale: era diviso in settori, ognuno dei quali circoscritto da due o tre scaffali stracolmi di roba. I puntini sul display del rilevatore sembravano essersi fermati in prossimità delle scale mobili di servizio, così i ragazzi si avvicinarono lentamente...
Kojiro, osservando con attenzione i contorni del Core, venne scosso all’improvviso da un rumore assordante che proveniva dall’interno del supermarket. Attivò il comunicatore e cercò di entrare in contatto con i suoi compagni.
-Kirimaru! Cosa sta succedendo!?-
-Non lo so, ma deve trattarsi di una banda di teppisti! Stanno mettendo a soqquadro il locale!!-
Takashi e Musashi, nel frattempo, stavano osservando attoniti lo Shinden di Kirimaru che abbatteva gli scaffali dei vari reparti, i quali a loro volta rovinavano su altri scaffali e così via... evidentemente, non si rendeva conto che l’esoscheletro era notevolmente più ingombrante dell’effettivo spazio di passaggio tra uno scaffale ell’altro...
Entrambi scrollarono le spalle, sconfortati.
Kirimaru fece loro segno di avvicinarsi verso la scala mobile.
-Percepisco una presenza al piano superiore. Possiamo arrivare lassù usando questa scala!-, e accese l’interruttore principale delle luci sul pannello di controllo posto lì vicino, illuminando l’intero supermercato. Musashi salì per prima, seguita da Takashi e...
-Ehi!!! Aspettate!!!-
I ragazzi si voltarono in direzione del loro compagno, incastratosi in mezzo ai corrimano della scala mobile.
-Dannazione, non ci passo!-
-Resta lì,-, rispose Takashi, pensando saggiamente che con ogni probabilità anche al primo piano dovevano esserci parecchi scaffali... -noi saliamo a dare un’occhiata e ti avvertiremo tramite cellulare!-

NOTA: I comunicatori dei Battlemover sono in grado di ricevere i segnali emessi dai telefoni cellulari e, di conseguenza, si può regolare la loro frequenza in modo che possano anche effettuare chiamate...

Kirimaru annuì e rimase in attesa alla base della scala.
Kojiro stava per entrare nel supermercato, quando notò un’ombra che scompariva furtivamente dietro l’angolo. Accese i jet posteriori dell’Arashi e si lanciò all’inseguimento.
-Kirimaru, mi ricevi?-, alzò la voce per farsi sentire nonostante le interferenze che provenivano dall’altoparlante. -Ho intravisto una figura sospetta fuggire attraverso il vicolo. Sta correndo verso l’entrata del supermercato, dunque se esci a darmi una mano possiamo bloccarlo da due lati!-
Non riuscì ad udire perfettamente la risposta, ma intuì che fosse un assenso.
La figura correva davvero veloce per lo stretto vicolo, e anche con l’esoscheletro a piena potenza faticava a stargli dietro. I tonfi dei piedi meccanici rimbombavano sonoramente nell’aria. Attivò il comunicatore.
-Kirimaru, si sta avvicinando a gran velocità verso di te! Riesci a vederlo?-
-Non ancora, ma dev’essere vicinissimo! Sento un rumore metallico che si fa sempre più forte!-
-QUELLO SONO IO!!!-
Kojiro sbucò dal vicolo a mitra spianato, e vide Kirimaru che puntava l’arma contro di lui.
-Idiota!-, sbraitò, abbassando la mitragliatrice.
-Aspetta Kojiro! Quella porta!-
I due ragazzi si avvicinarono all’uscio divelto dell’edificio che si trovava subito dopo il supermarket, anch’esso un magazzino, e quando puntarono i fasci di luce dei fari all’interno dello stanzone videro numerose ombre nere che si rintanavano dietro alcune casse di legno.
-Bene, ragazzi,-, proruppe Kojiro. -uscite fuori con le mani in alto e fatevi riconoscere!-

Takashi e Musashi udirono lo Shinden allontanarsi dalla scala mobile, ma in quel momento avevano ben altro a cui pensare. Come aveva intuito il mago, anche al piano di sopra vi erano numerosi scaffali, ma gli interruttori del pianterreno erano riusciti ad attivare solo le luci d’emergenza: evidentemente i pannelli di controllo erano separati per ogni livello.
Rumori da uno scaffale vicino, poi un bisbiglìo sommesso. Elaborarono un veloce piano d’attacco.
-Musashi, cerchiamo di bloccargli le vie d’uscita: io mi posizionerò qui, tu vai dalla parte opposta. Quando sentirai battere sul legno, esci!-
-No!- lo contraddisse la ragazza, -Così rischiamo di spararci addosso! Piuttosto, cerca di intimidirlo e spingerlo nella mia direzione...-
-Hmmm... d’accordo, faremo così. Ora appostiamoci!-
I due silenziosamente raggiunsero i posti prefissati, quindi si prepararono ad entrare in azione...

Lo Shinden e l’Arashi entrarono nell’edificio, e perlustrarono attentamente dietro ogni cassa. A un certo punto, un uomo uscì dal suo nascondiglio e si parò di fronte a Kojiro.
-Ehi! Cosa credete di fare? Questa è proprietà privata!-
-Oh sì, lo sappiamo.- rispose Kojiro. -Ora, ti dispiacerebbe far uscire tutti i tuoi amichetti?-
-Questo posto è mio! Non hai il diritto di darmi ordini!-
-Dunque avete sfondato la porta perché non riuscivate a trovare le chiavi per entrare, giusto?- intervenne Kirimaru.
-Eh... uh... proprio così!-
-Potrebbe mostrarmi i documenti e l’atto di proprietà, signore?-
-Ma... ecco... veramente...-
Prima che il tizio potesse formare una frase di senso compiuto, la robusta mano dell’Arashi gli afferrò il bavero del giubbotto, sollevandolo da terra di circa trenta centimetri. La fredda canna della mitragliatrice premette sul suo stomaco.
-Ti dò cinque secondi per far uscire i tuoi compari da dietro le casse e spiegarmi che diavolo sta succedendo qui.-, intimò Kojiro. -Uno...-
-No! Fermo! Non puoi...-
-...due...-
-Bastardo! Fermati subito e mettimi giù!-
-...tre...-
-Aiuto! Qualcuno mi aiuti! Chiamate la polizia, questo è pazzo!!!-
-...quattro...-
-Aaaahhh!! Preferivo che mi uccidesse quel demone, allora!!-
A queste parole, Kojiro allontanò l’arma dal ventre dell’uomo e lo posò a terra, mantenendo comunque la presa sul giubbotto.
-Demone? Dove hai visto questo demone??-
-Era là! Là!-, l’uomo indicò una parete. -Dentro il supermercato!!-
Il ragazzo scaraventò il ladro contro una cassa e si voltò verso lo Shinden.
-Dove sono Takashi e Musashi??-
-Ecco... avevo individuato qualcuno al primo piano e loro sono andati a controllare... non potevo andare con loro, perché c’era solo una scala mobile e l’esoscheletro è troppo grande per passare!-
-Merda! Avverti l’AP e consegna loro questi uomini, io vado ad aiutarli!!-

NOTA: AP è l’acronimo per Armored Patrol, il corpo di polizia meccanizzato giapponese, dotato anch’esso di micidiali Battlemover anche se non proprio di ultima generazione.

I jet posteriori dell’Arashi si accesero e Kojiro si precipitò fuori in direzione del magazzino, mentre Kirimaru avvertì la polizia tramite radio.
-Già che ci sono, potrei dire agli altri di allontanarsi da lì chiamandoli con il cellulare...-
Così, utilizzò il comunicatore per contattare il telefono portatile di Takashi.

Il mago strinse entrambe le mani attorno alla pistola, chiudendo gli occhi per richiamare a sé tutto il coraggio di cui aveva bisogno. Sapeva benissimo che, qualora la calibro 22 si fosse rivelata insufficiente, poteva sempre far ricorso ai suoi poteri, benché si trovasse ancora a un livello d’esperienza decisamente basso. Aprì gli occhi di scatto e si proiettò spianando la pistola. Tutto si svolse in una frazione di secondo, ma Takashi era talmente teso che nella sua mente lo vide al rallentatore: posò il piede destro vicino al bordo dello scaffale, poi ruotò tutto il corpo verso l’apertura, sollevò l’arma e...
Il cellulare squillò.
-Cazzo! Dovevo mettere il vibracall!!-
Un fruscio, poi più nulla.
-Fermo!-, urlò a pieni polmoni Takashi, ma ormai non c’era più nessuno da intimidire. Musashi uscì dal proprio nascondiglio.
-Era il tuo cellulare quello che ho sentito?-
Takashi fece cenno di sì con la testa.
I due rimasero per un attimo senza fiatare, poi notarono qualcosa di strano tra gli oggetti allineati.
-Ugh... Che schifo!-, esclamò la ragazza.
C’erano diversi barattoli di cibo aperti, con una bava viscida e verdastra che colava copiosa.
-Cosa cavolo...-, Takashi venne interrotto da un rumore.
Plic, plic, plic.
I ragazzi si guardarono attorno aguzzando la vista.
Plic, plic, plic.
C’era una pozza verde poco distante da loro. Le gocce, cadendo dal soffitto, contribuivano pian piano ad allargarla sempre di più.
Plic, plic, plic.
Takashi e Musashi alzarono di scatto le teste. Più in alto, nell’oscurità, un enorme occhio li stava osservando...

Elgard giura e spergiura di aver scritto queste parole alle ore 01:17 sotto l'effetto di un incantesimo di charme.

Linkale direttamente per testimoniare contro di lui, se ti va.

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giovedì, 13 luglio 2006

Tag associati: avventure

La Città della Regina Ragno - Mega-riassuntone!

Ok, credo sia finalmente giunta l'ora di raccontarvi a che punto siamo arrivati della benedetta La Città della Regina Ragno, campagna che stiamo affrontando ormai da... quanto? Cinque o sei anni? In pratica, un Papa è morto, un governo è caduto, l'Italia è riuscita a vincere i Mondiali e noi stiamo ancora là sotto alle prese con drow, demoni, diavoli e non morti... vabbè

Insomma, avevamo lasciato l'allegra compagnia composta da Ken, Cluracan, Rast e Onikage ai piedi di una parete rocciosa che, sulla mappa in loro possesso, era marcata come "Tana di Glouroth". Dopo aver affrontato un paio di gruppi di kir-lanan (dei gargoyle piuttosto incazzati), i nostri sventurati appresero a loro spese la natura di Glouroth: un drago d'ombra assai poco socievole con il quale dovettero scontrarsi più di una volta. Sconfitto il rettile, il Sottosuolo tornò a pretendere il suo dazio di PG: Cluracan cadde sotto i colpi di alcune sacerdotesse drow abbattute in precedenza e tornate in... non vita, nonostante le fila del party si fossero arricchite di una manciata di PNG (un ranger, un druido e un mago). Al suo posto subentrò Oneiros, un paladino/pugno di Raziel devoto ad Elistraee, la dea degli elfi scuri non malvagi, ma i guai non erano finiti: una banda infernale composta da un cornugon (diavolo cornuto) e tre hamatula (diavoli uncinati) si gettò all'inseguimento del gruppo, che li sfidò più volte senza mai riuscire ad averne ragione.

L'ultima, decisiva battaglia vide gli avventurieri trionfare, ma non prima di aver pianto (...'nzomma... ) la perdita di due dei tre PNG (il druido e il ranger, che fra l'altro era stato già rianimato una volta). L'avanzata verso le mura di Maerimydra vide anche il progressivo indebolimento di Ken, deciso a lasciarsi morire piuttosto che cedere al suo "lato oscuro", tuttavia il sopraggiungere del suo ancestrale nemico potente gli diede la spinta giusta per proseguire (e per convincere Fabrizio a non cambiare PG ). Purtroppo per lui e per Oneiros, però, all'interno della città si stavano dando battaglia due forze distinte e potentissime: giganti e umanoidi mostruosi agli ordini di Kurgoth, un gigante del fuoco mezzo-immondo, e i non morti comandati da Irae T'sarran. I primi scontri con suddetti giganti furono a entrambi fatali, poichè già sfiancati da una notevole serie di battaglie affrontate prima di fare irruzione a Maerimydra, ed il loro vuoto venne colmato da Caleb, guerriero psichico (o meglio, psycker) al servizio di Lathander, e Hanzo, monaco/iniziato di Pistis Sophia, entrambi dotati di voto di povertà per la somma gioia di Onikage e Rast che iniziarono quindi a dividersi il malloppo saccheggiato soltanto fra di loro.

La permanenza all'interno della città devastata rivelò ben presto altri dettagli sconvolgenti: entrambe le fazioni potevano contare sul supporto di alcune potenze esterne di tutto rispetto, fra le quali spiccava il già citato balor che fu anche l'artefice dell'esecuzione di Onikage. Fuori uno, dentro un altro: Elgard, il druido morfico con il quale ho allietato più di una serata grazie ad evocazioni elementali di ogni tipo. Anche Hanzo trovò la morte per mano di un manipolo di giganti non morti, ed il chierico Oberon (a quanto pare, reincarnazione di Cluracan o giù di lì) ne prese il posto. Ma altre tragedie erano pronte ad abbattersi sui nostri eroi: una gigantesca ombra non morta fu l'artefice della morte di Rast, merito anche del fatto che nessuno di noi si era ricordato della possibilità di effettuare un colpo di grazia su un PG indifeso (l'angelo era paralizzato in seguito al fallimento critico di un tiro salvezza da parte... ehm... del sottoscritto ). Ridotti in tre, i superstiti trovarono alfine il modo di penetrare nel castello di Maerimydra, covo della sacerdotessa di Kiaransalee, protetto da una barriera che ne impediva l'accesso ostacolando anche qualsiasi incantesimo di convocazione al suo interno (quindi, ciao ciao Alleati Naturali di Elgard... sgrunt... ).

Adesso i nostri eroi stanno scalando gli innumerevoli piani della fortezza, e hanno già combattuto contro svariate schifezze quali ghoul abissali, un beholder non morto, una drider vampira scampata al massacro per ben due volte, un angelo della rovina (Angel of Decay, Libris Mortis... bello stronzetto, non c'è che dire) e tonnellate di chierici e guerrieri drow, vivi e (non) morti. Il recente sviluppo degli eventi ha visto il misterioso ritorno di Ken all'interno del maniero, con Caleb degradato da PG a PNG, e... questo è quanto!

Non appena riprenderemo le nostre giocate serali (verso fine luglio, più o meno), aspettatevi un ricco reportage coadiuvato da adeguati supporti multimediali... e nel frattempo tifate per noi!

Elgard giura e spergiura di aver scritto queste parole alle ore 17:21 sotto l'effetto di un incantesimo di charme.

Linkale direttamente per testimoniare contro di lui, se ti va.

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martedì, 26 aprile 2005

Tag associati: avventure

La Città della Regina Ragno - Capitolo 8: Contrasti

Le lampade ad olio della taverna emanavano un bagliore fioco, appena sufficiente ad illuminare l'intero locale. I due uomini finirono di consumare il loro pasto in silenzio, prestando orecchio ai bisbigli della piccola folla radunatasi in attesa all'esterno dell'edificio: lungo le strade della città le voci riguardanti un prossimo attacco di massa da parte degli abitanti del Sottosuolo correvano come impazzite, si infilavano nelle case e nelle teste degli abitanti senza controllo, generando un fiume in piena di allarmismi che neanche i sacerdoti della chiesa di Tyr erano in grado di arginare. L'arrivo di una creatura celestiale a Dagger Falls era dunque visto come un segno tangibile che gli dei non li avevano abbandonati, che c'era ancora un bagliore di speranza cui aggrapparsi anche in quest'ora buia, e di ciò desideravano avere conferma direttamente dalla voce dell'angelo ammantato di nero.

Ken si alzò da tavola non prima di aver gettato un'occhiata alla sua sinistra, sulla sedia vuota che in genere avrebbe occupato Cheng. Poteva ancora sentire i suoi grugniti di approvazione mentre ingeriva tonnellate di carne annaffiandola con galloni di birra, oppure gli sguaiati apprezzamenti rivolti alle cameriere di particolare avvenenza. Poi scoccò un'occhiata all'esterno, dove si era formato un piccolo capannello di persone: lì, vicino l'entrata, soleva trattenersi Kasumi in meditazione mentre gli altri consumavano il loro pasto. Da vera incarnazione degli spiriti della natura quale era, non aveva mai voluto mescolarsi con i volgari frequentatori di una qualsiasi taverna, preferendo la frugalità delle sue razioni e il silenzio ascetico. Ora, niente di tutto ciò sarebbe mai più successo.
Il monaco sferrò un pugno al ripiano di legno, frantumandone una buona metà. Gran parte degli avventori si ammutolì, sgranando gli occhi in direzione dell'uomo, mentre l'oste accorse sulla scena con espressione incredula e accigliata ma, dopo aver squadrato l'uomo avvolto dal pesante mantello corvino con le mani serrate dalla rabbia a stento trattenuta, capì che il modo migliore di risolvere la situazione era dileguarsi in tutta fretta.
Cluracan non proferì parola, limitandosi a strattonare il compagno per un braccio
"Andiamo, ", disse. "gli altri sono già in stanza."

Rast osservava perplessa gli uomini accalcati all'esterno della locanda. Doveva forse dire loro qualcosa? Rassicurarli con utopistiche promesse che non sapeva se sarebbe riuscita a mantenere? No, non era per quello che Tempus l'aveva mandata su Toril... non per fare da balia ad un villaggio di disperati...
Nel frattempo, Onikage esaminava con cura il mazzo di carte che Ken gli aveva lasciato in custodia: il Mazzo delle Molte Cose l'aveva chiamato, una serie di carte portatrici di grandi ricchezze o indicibili sciagure... tutto dipendeva dalla fortuna del giocatore. Onikage era allo stesso tempo attirato e respinto da un oggetto magico sì potente: estraendo la carta sbagliata avrebbe potuto morire o mettere in serio pericolo la riuscita della sua missione... ma se l'intuito lo avesse guidato bene...
Ken e Cluracan entrarono nel momento stesso in cui la tenebra aveva liberato le ventidue carte dal loro contenitore, sparpagliandole a faccia in giù sul suo giaciglio.
"Come si gioca?", chiese al monaco.
"Hai deciso, dunque?", gli rispose questi. "Allora faresti meglio a chiederlo a lui", e puntò il dito verso le carte.
Onikage guardò e si ritrovò faccia a faccia con un folletto molto piccolo, vestito come un giocatore d'azzardo professionista, che ricambiava il suo sguardo sorridendo con aria calcolatrice.
"Finalmente! Dopo tanto tempo respiro di nuovo un po' d'aria fresca!", esclamò. "Oh, ma chi abbiamo qui? Un nuovo giocatore! Per giunta, qualcuno che accetta con consapevolezza il suo lato oscuro e non si ostina a resistergli ipocritamente!", e così dicendo volse il piccolo pollice verso Ken, che digrignò i denti.
"Brutto...", ma si arrestò prima di lanciare in aria tutte le carte, certo che non avrebbe migliorato la situazione in quel modo.
"Ordunque, mio caro avventuriero," proseguì il folletto. "scegli e volta tutte le carte che vuoi, e non preoccuparti per quelle spaventose chiacchiere sulle tremende sventure che alcune di esse possono arrecare: sono sicuro che, col coraggio che ti ritrovi, riuscirai a pescare quanto di meglio ho a disposizione!".
Non serviva di certo un genio per capire che la minuta creatura si stava sfregando le mani in attesa che succedesse proprio il contrario.
"Allora, per quante volte vuoi sfidare il tuo destino?"
"Tre carte.", disse Onikage dopo una breve pausa.
"Solo tre carte? Sei sicuro? Non vuoi ripensarci? Questa è la tua serata buona, me lo sento! Puoi osare di più!"
"Tre carte è ciò che sono disposto a rischiare."
"Molto bene,", concluse il folletto spostandosi ai lati del pagliericcio. "ti facevo più audace... evidentemente la prima impressione è sempre quella sbagliata. Scegli pure, e volta le carte che hai scelto a viso scoperto ma mi raccomando, non metterci troppo: anche la mia pazienza ha un limite...", e incrociò le braccia sogghignando.
L'ombra danzante esaminò per qualche attimo le carte, una per una: tutte assolutamente identiche, non c'era possibilità di affidarsi agli occhi per carpire i loro segreti. Solo l'intuito l'avrebbe aiutato.
Adocchiò con calma le sue tre carte e le separò dal gruppo, poi le voltò. Tutte e tre riportavano un'illustrazione e una scritta: la prima era una chiave piuttosto elaborata, la seconda una serie di gemme incastonate in altrettanti gioielli e la terza tre figure dalle lunghe cappe scure. Le didascalie riportavano, rispettivamente, La Chiave, La Gemma e Il Destino.
"Congratulazioni!", il folletto saltò su applaudendo, lasciando trapelare un certo grado di disappunto. "Te l'avevo detto che la buona sorte ti avrebbe baciato! Tre ottime carte, che di più non si può! O meglio, si potrebbe, ma dato che hai scelto di pescarne solo tre..."
"Qual è il loro significato?", tagliò corto Onikage.
"Ma è molto semplice, lascia che ti mostri...", il follettò agitò le mani e il mazzo tornò a comporsi, mentre al posto della prima carta si materializzò uno splendido nunchaku d'osso finemente decorato.
"Una degna arma per un valoroso guerriero! Ora, per proseguire, preferisci gemme o gioielli?"
"Gioielli, direi.", Onikage non fece quasi in tempo a terminare la frase che un sacchetto ben imbottito si sostituì alla seconda carta.
"Infine, hai pescato Il Destino, una carta di gran lunga più potente delle altre...", il folletto assunse un'espressione molto seria, alzando l'indice della mano sinistra. "Puoi alterare il continuum spazio/temporale impedendo che qualcosa relativo alla tua persona accada. Può essere un avvenimento passato, oppure un imprevisto repentino, come la morte per mano di un nemico. Non puoi evitare che qualcosa succeda in futuro, ma soltanto che non sia mai successa."
"Devi scegliere in fretta, amico.", intervenne Ken. "Di solito il folletto dà un'ora di tempo per esprimere qualsivoglia desiderio."
"Oh, no no no no, mio caro! Questo era prima, ora le cose sono molto diverse!", saltò su la creatura. "Il tuo compagno, qui, può attendere un'occasione più propizia per sfruttare il suo dono. E ho un'altra buona notizia per tutti voi! Ora chiunque potrà pescare carte da questo mazzo in qualsiasi momento, anziché essere limitato ad una sola, unica volta! Non è fantastico?", riprese ad applaudire, saltellando e ridacchiando.
"Cos... si possono pescare altre carte anche se abbiamo già giocato con il mazzo?", ripetè incredulo Ken.
"Ma certo! Questa è la natura mutevole del Mazzo delle Molte Cose! Anzi... ricordi il tuo vecchio compagno mago dalle orecchie a punta?"
"Kylian...", mormorò il monaco arcano. Il mantello che portava sulle spalle era stato suo, un tempo...
"Esatto! E' stato lui a dare un nome più opportuno alla mia dimora: il Mazzo del Caos, ed è proprio la sua natura caotica che ne condiziona l'utilizzo! Bravo ragazzo, peccato non siate riusciti a strapparlo dall'abbraccio della morte...", sentenziò grave il folletto, scoppiando poi in una fragorosa risata.
Con un ruggito, Ken allungò di scatto il braccio per afferrarlo ma fu inutile: in un solo istante, l'essere svanì e la mano del monaco si strinse sul mazzo di carte, perfettamente chiuso nella sua custodia. Digrignando i denti per la frustrazione, si infilò l'oggetto nello zaino e prese posto sul suo giaciglio.
"Goditi la vincita, te la sei meritata.", mormorò a mezza bocca.
"Lo farò... è pur sempre per il bene del gruppo, no?", rispose Onikage. "E per darvene dimostrazione..."
La tenebra frugò nel sacchetto di pietre preziose, afferrandone una buona manciata che porse a Cluracan.
"Per l'acquisto dei componenti magici e il compenso che chiederanno i sacerdoti per rianimare Daeron.", disse. "Dovevo sdebitarmi, e questo mi pare il modo migliore."
"Ti... ringrazio.", Cluracan prese interdetto il dono di Onikage. "Come sai,  non riesco ancora ad approvare di buon cuore che una... persona come te prenda parte alla mia missione. Ma nell'ora del bisogno ogni aiuto è ben accetto, a patto che non nasconda secondi fini."
"Devo ripetermi ancora? I miei fini, al momento, coincidono con i vostri, dunque tutto il supporto che posso fornire a voi è utile anche a me e viceversa."
"Al momento hai detto, vero?", Rast parlò senza distogliere lo sguardo dalla finestra. "Forse è proprio questo che preoccupa il nostro sacerdote di Selune, visto l'odio incondizionato che nutre nei confronti di quelli come te. Odio ben motivato, aggiungo io, considerati i propositi della dea che vi guida..."
"Ogni cosa a suo tempo, Rast., ogni cosa a suo tempo. Se siamo destinati a combattere, ebbene combatteremo.", Onikage raccolse i nunchaku e li legò saldamente alla cintura, assieme al sacchetto di gemme. "Ci vediamo domani mattina fuori dai cancelli di Dagger Falls, quando avrete finito i vostri giri in città. Ricordatevi che abbiamo una vendetta da compiere.", e, così dicendo, svanì nell'oscurità.

Dopo un po', qualcuno bussò alla porta: Ken si alzò per andare ad aprire ma fu preceduto da Rast. Dietro l'uscio, il padrone della locanda arretrò di un paio di passi sotto lo sguardo severo della donna.
"Scu... scusatemi, non era mia intenzione disturbarvi. La gente, fuori... ecco... si chiedeva se magari lei... potesse dare loro notizie confortanti riguardo gli ultimi sviluppi delle vicende..."
"No.", fu la secca replica di Rast. "Non sono qui per fare orazioni ma per portare a termine il compito che Tempus mi ha assegnato. E che non include la consolazione dei mortali."
L'oste era visibilmente sconcertato. "Ma... basterebbero solo poche parole... vedete mia signora, le razzie degli elfi scuri hanno decimato la nostra popolazione... molti hanno perso le loro famiglie, e..."
"Il Signore delle Battaglie non lascerà che simili atti di viltà passino impuniti, di questo potete starne certi. Per il resto mi sono già pronunciata, e tanto ti basti."
Detto questo l'angelo tornò ad osservare la finestra, lasciando il taverniere attonito a fissare il vuoto, estremamente imbarazzato sul da farsi.
"Parlerò io a quelle persone, mi faccia strada.", Cluracan affiancò l'uomo e lo accompagnò per le scale. Era evidente che i guerrieri celestiali volevano immischiarsi ben poco con le faccende degli umani su cui i loro dei vegliavano. Rast restò ad osservare il sacerdote di Selune che parlava con la gente, a debita distanza dalla finestra per evitare che gli sguardi di questi ultimi incrociassero il suo. Mortali... piccole pedine di un gioco che neanche loro riescono a comprendere... perché Tempus aveva tanto a cuore la loro sorte?

"Abbiamo fallito."
Le parole di Tunfer il Saldo risuonarono inflessibili nell'ampio vestibolo, appena rischiarato dalle prime luci dell'alba.
"C'é qualcosa che impedisce di stabilire un contatto con l'anima di Daeron. Se le cose restano così, sarà impossibile riportarlo in vita."
Gli occhi di Cluracan, neri come la notte, si allargarono dallo stupore: "Non è possibile... forse i miei poteri divinatori potrebbero riuscire ad oltrepassare il velo e fare luce sulle forze che la tengono imprigionata..."
"E' una probabilità, certo,", Tunfer si schiarì la voce e cominciò a passeggiare lungo la sala, lo sguardo sempre fisso sugli avventurieri. "ma ora come ora la sconfitta degli esseri che stanno muovendo guerra al mondo esterno ha priorità assoluta. Ho già mandato un messaggero per avvisare re Randal Morn, che sono sicuro converrà con me circa il prosieguo della missione nonostante il tragico accadimento. Al momento, tutto ciò che possiamo fare è conservare intatto il corpo di Daeron all'interno del tempio."
L'espressione di Tunfer era seria e impassibile, tuttavia gli eroi non mancarono di notare che le sue mani si stringevano con fervente vigore sul simbolo sacro attorno al collo.
"Quale rappresentante della chiesa di Tyr e di Randal Morn in persona, vi imploro di proseguire la vostra missione: dobbiamo, per qunato ci sarà possibile, estirpare alla radice il male che si annida tra le viscere immonde del Sottosuolo. Ora andate."
L'invito suonò allo stesso tempo come un ordine e come una supplica, al quale nessuno dei presenti trovò opportuno rispondere. Dopo aver completato i rifornimenti si trovarono fuori dai cancelli di Dagger Falls, alla volta delle cripte di Dordrien.
"Non vedo Daeron.", una voce sentenziò alle loro spalle. Dalle ombre degli alberi emerse Onikage. Il suo vestito era differente: al posto degli strati di stoffa scura ora indossava un corpetto di cuoio nero sbracciato, il volto sempre coperto da una maschera integrale provvista di coprifronte che lasciava liberi soltanto gli occhi, e con un piccolo monile in argento allacciato al bicipite sinistro. Nessuno pareva stupito del suo arrivo.
"Bel vestito.", commentò sarcastico Ken. "Anche tu hai fatto acquisti, a quanto pare."
"Ho pensato di investire parte delle gemme guadagnate con le tue carte in qualcosa di utile per la missione, tutto qui. Ribadisco la domanda... Daeron dov'é?"
"Dove l'abbiamo lasciato, al tempio di Tyr.", riprese Rast. "Tunfer ha asserito che mettersi in comunicazione con la sua anima è attualmente impossibile."
"Capisco...", concluse l'ombra danzante, e si mise in cammino con gli altri. Cluracan, immerso nei suoi pensieri, evitò persino di voltarsi.

L'entrata delle cripte era sempre una veduta sconsolante: gli alberi rinsecchiti ai lati, i mausolei crollati e la fetida aria di morte e corruzione che aleggiava tutt'intorno avrebbero fatto desistere chiunque dall'attraversare quella desolata apertura nella roccia, ma le motivazioni personali degli avventurieri che ora la fronteggiavano erano più forti della paura.
"Fermiamoci qui.", disse il sacerdote di Selune a qualche metro dalla grotta. Poi pronunciò una formula, gesticolando con le braccia: "Che i servitori di Selune ed i loro alleati siano i benvenuti alla sua tavola.", e il terreno ebbe un tremito, sollevandosi e mutando in uno spazioso bancone da convitto, sul quale apparvero cibi e bevande di ogni tipo.
"Sedetevi pure, mangiate e bevete,", proseguì indicando altre piccole sporgenze di terra che avevano assunto foggia di sedie. "Il cibo che consumerete rinvigorirà le vostre membra e ci darà la forza necessaria per affrontare lo scontro imminente.", dopodiché prese posto a capotavola e cominciò a sorseggiare un bicchiere di nettare. Gli altri, superato un primo momento d'esitazione, fecero lo stesso.

"Un pasto degno d'un re.", disse Ken allontanandosi dal banchetto, un'ora dopo. "Cheng... ne sarebbe stato entusiasta."
Cluracan si era già posizionato dinanzi all'ingresso dei sotterranei.
"Venite avanti e stringete un cerchio attorno a me: vi porterò di nuovo davanti al santuario dei kuo-toa. Preparatevi."
I suoi compagni si avvicinarono, quindi il sacerdote deglutì e pronunciò la formula: "Che la luce della Vergine d'Argento sia guida fra le tenebre!"

Un lampo d'argento, poi il gruppo scomparve.

Cluracan lottava con la forza della mente per contrastare l'energia negativa che tentava di ostacolare il loro viaggio dimensionale. Poteva quasi percepire fisicamente gli artigli del Faerzress intromettersi nelle sue preghiere, e squarciare il filo di potere divino che lo congiungeva alla sua dea, che gli conferiva il potere di traslare da un punto all'altro del mondo. Si sentì afferrare, stringere fino a soffocare, annaspò cercando aria e concentrazione... stava perdendo il contatto spirituale con i suoi compagni, lo sentiva scivolare via ad ogni frazione di secondo ma non avrebbe ceduto, non avrebbe lasciato che il Faerzress avesse la meglio, non avrebbe permesso che la sua vendetta sfumasse, non avrebbe...

Si materializzò all'improvviso su un lembo di roccia che sporgeva dalle acque del Lago delle Ombre, scure come olio combustibile. La destinazione doveva essere il tempio dove l'ultima volta erano fuggiti dai diavoli. Ma non c'era nessun tempio. Si trovava in un punto sperduto del lago dal quale non riusciva a scorgere le rive, nonostante la scurovisione, assieme a Ken e Rast. Di Onikage nessuna traccia.

Il Faerzress aveva vinto.

La tenebra si rialzò all'interno di un cunicolo, lievemente stordito dalle interferenze magiche che li avevano colpiti. Si rese conto di essere solo, all'interno di una galleria avvolta nell'oscurità in entrambi i sensi. Aguzzando i sensi gli parve di udire un lieve sciabordio alle sue spalle. Senza perdere neanche un attimo, lasciò che le ombre lo avvolgessero e si incamminò in quella direzione.

"Dove siamo? Dov'é il tempio?", Ken si rialzò toccandosi la fronte con le mani.
"Il Faerzress ha disturbato l'incantesimo di Cluracan, evidentemente.", disse di rimando Rast mentre scrutava nel buio. "Siamo stati comunque fortunati: avremmo potuto ritrovarci in acqua."
"Onikage è stato sbalzato via dalla traiettoria.", aggiunse il chierico. "Non dovrebbe essere finito troppo lontano da qui, ma..."
"Non abbiamo tempo per rimuginare.", lo interruppe Rast. "Per il momento non percepisco presenze malvagie nei dintorni: esplorerò i dintorni per capire quanta distanza c'é tra noi e la costa."
"Vuoi utilizzare la barca pieghevole?", chiese Ken, ma la donna in tutta risposta spalancò un grande paio d'ali piumate, il cui aspetto celestiale veniva smorzato soltanto dal loro colore corvino. Semmai avessero nutrito dubbi sulla sua natura angelica, ora anch'essi erano stati dissolti.
"State all'erta.", ammonì i suoi compagni prima di spiccare il volo e scomparire molti metri più in alto.
"Un deva astrale... ha dei poteri straordinari...", mormorò Ken con una strana smorfia, che Cluracan non seppe interpretare... ammirazione? Curiosità? Bramosia...? Ma i suoi pensieri vennero ben presto dirottati altrove: quattro aure maligne cominciarono ad avvicinarsi lentamente all'isolotto da sotto la fosca superficie dell'acqua.
"Ken, alzati... si sta avvicinando qualcosa.", il sacerdote si levò in piedi, la mano salda sull'impugnatura della Bacchetta delle Quattro Lune, la mazza pesante che portava legata al fianco.
"Quanti sono?", chiese il monaco assumendo una posizione difensiva e scrutando nel buio.
"Quattro... la loro intensità è..."
Ma non fece in tempo a terminare la frase che un gigantesco tentacolo si schiantò al suolo, annaspando alla ricerca delle sue prede prima di rituffarsi nel lago. I due uomini evitarono per un soffio di essere afferrati, scartando di lato la robusta appendice del mostro marino: dovevano allontanarsi da lì il più in fretta possibile.
"Ken..:!", urlò il sacerdote, ma ancora più profondo fu il ruggito del monaco: compiendo pochi e precisi movimenti marziali, la sua struttura fisica iniziò a mutare per assumere le sembianze di una grande creatura serpentina dal corpo sinuoso, il corpo coperto di squame, due lunghe corna ramose sulla testa e una folta criniera bianca. Poggiandosi sulle quattro zampe artigliate per abbassarsi al livello del terreno, intimò al compagno: "Sali!"
Cluracan si aggrappò meglio che poteva alla chioma della bestia, che subito dopo spiccò il volo in direzione opposta a quella da cui era emerso il tentacolo, fendendo l'aria con sbalorditiva eleganza nonostante non fosse dotata di ali. Dietro di loro, una gigantesca sagoma nera si gettò all'inseguimento circondata da altri quattro esseri più piccoli che tenevano altrettanti, disgustosi tentacoli sollevati a pelo d'acqua.

Onikage si ritrovò all'interno della caverna dei giganti di pietra: reprimendo l'istinto di esigere vendetta per le loro indicazioni mendaci, si mosse fra le ombre fino a raggiungere la tana del chuul, il cui cadavere era stato squartato e smembrato con furia. Non erano quelle le condizioni in cui l'avevano lasciato... evidentemente i diavoli avevano trovato altri modi per sfogare la loro frustrazione dopo la loro fuga in superficie. Con un balzo nell'oscurità arrivò sull'isola dei kuo-toa, davanti all'ingresso del santuario: brandelli dei corpi e dell'equipaggiamento di Cheng e Kasumi erano sparsi dappertutto, macabre vestigia di un combattimento senza speranza. Tuttavia, delle creature infernali non v'era traccia alcuna. Né dei suoi compagni, in effetti
Raggiunse il piccolo promontorio dal quale Cluracan li aveva teletrasportati fuori dai guai e scorse, al limite della sua scurovisione, una forma alata dai contorni umanoidi. I capelli e le vesti gli parvero immediatamente familiari... Rast? Quest'ultima atterrò a pochi metri di distanza dall'ombra danzante, che tornò visibile per farsi riconoscere.
"Ah, sei qui.", la donna lanciò un'occhiata di sfuggita al compagno. "Gli altri si trovano su un isolotto più al largo. Hai controllato se..."
"Ho dato un'occhiata.", la interruppe Onikage. "Non ho trovato nessuno, ma non ho controllato all'interno del tempio."
"Vado a riprendere Ken e Cluracan, allora. Aspettaci.", ma, voltandosi, Rast esitò. Onikage la vide indietreggiare di qualche passo, e liberare la pesante mazza ferrata dai legacci che portava alla cintola per stringerla fra le mani, guardando dritto dinanzi a sé: voltandosi dalla stessa parte, riuscì a vedere le acque del lago sollevarsi con ampi spruzzi mentre una creatura sinuosa volava ondeggiante, puntando alla terraferma.
Dopo poco il mostro atterrò sulla solida roccia dell'isola aggrappandosi al suolo con le zampe poderose, e dal suo dorso discese l'oracolo di Selune che prese a scrutare con attenzione le acque del lago dalle quali provenivano. Poi, in un battito di ciglia, il grande drago serpentiforme tornò alle sue fattezze originarie: i quattro avventurieri si erano alfine riuniti.
"La piovra gigante ci ha assaliti sullo spuntone di roccia,", disse riprendendo fiato. "e con lei stavolta c'erano una specie di pesci deformi muniti di tentacoli... tre o quattro in tutto..."
"Aboleth.", affermò l'angelo, catalizzando l'attenzione dei suoi compagni. "Mi sembrava di averne intravisto qualche esemplare, in effetti. Sono anfibi estremamente crudeli e intelligenti, in grado di utilizzare un ampio numero di poteri psionici per soggiogare altre creature viventi e renderle schiave. Meglio muoverci in fretta dall'isola: la piovra forse non può raggiungerci sulla terra, ma loro sì."

Esplorarono brevemente il santuario degli uomini pesci, accertandosi che fosse sgombro da ogni pericolo. Cluracan si inginocchiò nei luoghi in cui Daeron, Cheng e Kasumi persero la vita, pronunciando una breve preghiera a Selune affinché vegliasse sulle loro anime. Poi, il gruppo si radunò all'estremità orientale dell'isola.
"Stando alla mappa, dalla costa della caverna dei giganti alla sponda opposta ci sono circa 30 chilometri di lago da attraversare.", annunciò il sacerdote.
"La barca può servirci allo scopo, ma nessuno tra noi è in grado di governarla. Sarebbe un rischio, specie se dovessimo venire attaccati dalla piovra o dai suoi... amichetti.", puntualizzò Ken.
"Sono in grado di trasportare due di voi senza problemi.", propose il celestiale. "Potrei fare due viaggi, anche se ci vorrà parecchio."
"Puoi prendere Ken e Cluracan con te, dunque,", disse la tenebra. "mentre io cercherò di raggiungere la riva opposta con le mie forze."
"E come? A nuoto?", lo provocò Ken. "O forse sai volare anche tu e non ci hai detto nulla finora?"
"Volare non è esatto... ma so materializzarmi nel buio a piacimento, coprendo grandi distanze. E qui l'oscurità è pressoché totale... conoscendo approssimativamente la direzione, posso compiere una lunga serie di balzi tra le ombre stando attento a non entrare a contatto con l'acqua. Un azzardo notevole, certo, ma è anche il modo più veloce che abbiamo per proseguire."
"Tch,", fu il commento dell'angelo. "se hai deciso di rischiare l'osso del collo, fà pure. Ma non ho intenzione di venirti a ripescare in mezzo a questo fetido lago."
"Né io mi aspetto un simile gesto. Se riuscirò, ci rivedremo dalla parte opposta. Altrimenti... proseguite pure senza di me."
Ciò detto, Onikage scomparve per nascondersi sul vicino arenile, in attesa che Rast spiccasse il volo assieme a Ken e Cluracan. Dopodiché, cercando di tenere sempre i suoi compagni all'interno del proprio raggio visivo, cominciò a spostarsi tra le ombre della gigantesca caverna che ospitava il lago: il compito fu difficile e certamente anomalo, più di una volta gli capitò di superare il celestiale o di sfiorare le acque del bacino, ma la sua concentrazione e, probabilmente, una piccola dose di buona sorte lo aiutarono a superare anche questa prova, consentendogli di raggiungere incolume il cunicolo assieme al resto del gruppo.

Lasciandosi alle spalle il Lago delle Ombre, gli avventurieri si incamminarono alla volta del punto segnato sulla mappa come la Tana di Glouroth, totalmente ignari di chi o cosa fosse il summenzionato Glouroth. La tensione del precedente scontro con i diavoli venne ben presto smorzata dalla monotonia del viaggio nei cunicoli del sottosuolo: in parte era comunque preferibile percorrere chilometri e chilometri di gallerie rocciose sempre identiche piuttosto che affrontare orde di creature infernali senza sosta, ma la consapevolezza di trovarsi a una tale profondità senza la certezza di possedere una via di fuga sicura per tornare in superficie era un particolare non trascurabile, che avrebbe messo in agitazione anche il più incrollabile degli animi. L'unica anomalia che attirò la loro attenzione in quella sconfinata galleria fu una porzione di parete diversa dal solito, talmente impregnata di potenza magica da mutare la sua superficie come fosse un organo di un essere vivente: le menti degli avventurieri vennero inondate da un ronzio acuto e fastidioso, segno tangibile delle interferenze nella Trama che quel luogo manifestava sul piano materiale.
"Questo è un nodo,", Cluracan spiegò ai suoi compagni. "un punto in cui l'energia fluisce senza controllo e si materializza in forma concreta dinanzi ai nostri occhi."
Tutti gli altri sentivano in effetti i loro corpi entrare in risonanza in misura più o meno intensa con gli influssi arcani emanati dall'area in cui si trovavano,, e sapevano istintivamente che sarebbe stato molto più saggio allontanarsi da lì il più in fretta possibile.
"Non credo sia consigliabile indagare più a fondo di così. Proseguiamo.", annunciò Ken voltando le spalle alla parete e inoltrandosi più a fondo nel cunicolo, la torcia perenne ben salda in mano. Il sacerdote di Selune lo precedeva di poco, mentre dietro di sé poteva percepire la presenza di Rast e, a malapena, quella di Onikage. Un'improvvisa folata di vento, probabilmente l'ennesima corrente sotterranea, lo costrinse a chiudere gli occhi per un momento.

Quando li riaprì, attorno a lui c'era soltanto buio.

"Ken? Rast? Onikage?", chiamò, ma non ottenne risposta. La scurovisione non lo aiutava, l'oscurità era ben più che semplice penombra. Magia, forse.
Annaspò con le braccia. Davanti a sé, niente. Di lato, niente.
Si inginocchiò e prese ad avanzare a tastoni, finché non urtò qualcosa con le dita.
Un oggetto viscido, cilindrico, piuttosto grosso. No, anzi: l'intero pavimento era cosparso di una sostanza liquida e appiccicosa. Non fu necessario avvicinare la mano al volto per identificarla.

Sangue. L'intera stanza, o qualunque fosse la natura del posto in cui si trovava adesso, era zuppa di sangue.

Strinse e sforzò gli occhi finché non gli fecero male, tentando di capire con la vista e col tatto cos'era quell'oggetto immerso in quel mare di sangue.
Poco vicino ne toccò un altro. E poi un altro. E un altro ancora. Uno degli strani oggetti sussultò, strozzandogli un'esclamazione in gola mentre ritraeva le mani.
Poi, a poco a poco cominciò ad abituarsi a quel buio innaturale. O meglio, fu il buio a diradarsi, e la realtà dei fatti lo colpì in pieno volto come uno schiaffo.
Tutt'intorno a lui, i cadaveri dei suoi compagni. Il sangue non aveva ancora smesso di defluire dai loro corpi.
Rast, riversa a terra... il ventre squarciato... le ali strappate con violenza e fatte a pezzi... un braccio era stato spezzato di netto e giaceva a terra piegato in un'angolazione anomala... parte del viso era deturpato da un'orrenda bruciatura...
Onikage, appoggiato ad una parete... le mani ridotte a moncherini... le gambe e il petto frantumati da una serie di colpi violentissimi... la testa ciondolava inerme, mentre dal collo sporgeva un pezzo di colonna vertebrale... qua e là, una leggera brina ricopriva i suoi resti...

Le ginocchia di Cluracan cedettero, si alzò a fatica in piedi: d'istinto cercò di individuare la fonte del male, l'essenza della creatura che aveva compiuto quell'atroce massacro. Niente, né a sinistra, né a destra... né in alto... né sotto di lui...

Una forma si mosse poco più in là, una forma dalle sembianze umanoidi...
"Ken!", urlò Cluracan gettandosi nella sua direzione. Ma non era Ken la figura che si stagliò davanti allo sbalordito sacerdote. O meglio, non il Ken che lo aveva accompagnato fino ad allora in quei sotterranei.

Non aveva più il mantello nero, e le sue carni dilaniate dal bacio impuro di Loviatar ora erano esposte alla luce. Grondava sangue, ma non dalle sue ferite... era evidente che il liquido rosso sul suo corpo non era il suo sangue. La faccia attraversata da innumerevoli cicatrici si allargò in un sorriso mentre gli occhi sgranati osservavano con la lucida follia di un assassino lo sgomento di Cluracan, il quale d'un tratto venne travolto dall'inusitata malvagità che traboccava dal suo corpo, peraltro molto più grande del normale. Quell'uomo, che fino a pochi istanti prima aveva considerato un compagno, era adesso quanto di più lontano ci fosse dal semplice concetto di umanità. Ciò che aveva al suo cospetto era una enorme, gigantesca belva mossa da istinti primordiali, incapace di ubbidire a qualsivoglia ordine se non a quelli dettati dalla dea che lo aveva corrotto, e che ora appariva come un'effige eterea dietro le spalle del combattente, carezzandone il corpo devastato dal suo flagello con una silenziosa risata di vittoria...

Emettendo un latrato selvaggio, Ken si slanciò e protese una mano verso il chierico, schiacciato a terra dal panico. Lo afferrò e lo sollevò in aria come un fuscello, mentre l'altra mano si strinse in un pugno avvolto da folgori elettriche, pronto a frantumargli la cassa toracica come fosse stata quella di un canarino. Cluracan sentì le ossa cedere sotto la stretta poderosa del monaco, e i sensi lo abbandonarono un istante prima che il maglio ferino di Ken gli raggiungesse lo sterno.

Non sentiva più nulla, tutto era ancora una volta oscurità. Attimi eterni, si sentiva sospeso in un vuoto assoluto, raggelante. Era... morto?

"Cluracan!"
Aprì gli occhi di colpo: i suoi compagni erano attorno a lui, la nuca poggiava sulla fredda roccia del tunnel del Sottosuolo.
"Cos'é successo? Sei svenuto di colpo non appena ci siamo allontanati dalla zona di magia instabile!", lo informò Ken. Rast era lì vicino, con una mano gli toccava la fronte. In piedi, tenendosi a distanza, Onikage lo osservava dalle ombre.
"Non sembra ferito, né sotto gli effetti di un qualche tipo di malattia o maledizione.", Rast si alzò in piedi, ripulendo le vesti dalla polvere.
"Quanto tempo è...?", chiese il sacerdote.
"Meno di un minuto.", gli fece eco la voce dell'ombra danzante. "Ti sei accasciato con un rantolo, e sei stato immediatamente soccorso."
Cluracan si sollevò da terra, aiutato dal monaco arcano. Ken... le sue fattezze adesso erano normali, ma per quanto ancora? Quanto sarebbe passato prima che la sua volontà si piegasse definitivamente ai voleri di Loviatar...?
"Ho avuto... un'altra visione. Forse il contatto è stato agevolato dall'immane quantità di energia magica che fluiva dall'area instabile che abbiamo superato poc'anzi."
Lo sguardo del chierico si posò a turno sui suoi compagni in attesa.
"Selune mi ha voluto avvertire per l'ennesima volta... il seme del male è oramai piantato nel nostro gruppo e sta crescendo a velocità vertiginosa... è solo questione di tempo prima che i suoi putridi frutti vengano alla luce..."
"Un gruppo eterogeneo, hm?", Rast scrollò le spalle. "Mi domando se Tempus non abbia deciso di inviarmi su Toril per sterminare voi, anziché i drow..."
"Sono accuse pesanti queste, Cluracan...", intervenì Onikage uscendo dal suo nascondiglio. "ti sembra prudente destabilizzare in questo modo il già fragile equilibrio che si è instaurato fra di noi? Ti ho già detto mille volte che io..."
"Questa volta la cosa non riguarda te, tenebra.", lo interruppe Cluracan bruscamente. "Selune non ha bisogno di rammentarmi ogni volta quanto sia malvagio il cuore che batte nel petto di quelli della tua razza. Né io ho intenzione di dimenticarmene."
Il silenzio si fece pesante.
"Parla chiaro, dunque.", lo incalzò Ken, certo della risposta. "A chi ti stai riferendo?"
Cluracan deglutì, voltandosi lentamente verso il monaco arcano.
"A te, Ken. Mi sto riferendo all'immondo bacio di Loviatar che sta divorando le tue carni. E che metterà ben presto tutti noi in estremo pericolo!"

Onikage giura e spergiura di aver scritto queste parole alle ore 18:23 sotto l'effetto di un incantesimo di charme.

Linkale direttamente per testimoniare contro di lui, se ti va.

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giovedì, 17 febbraio 2005

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La Città della Regina Ragno - Capitolo 7: Scontro disperato

L'aria fuori dalle cripte di Dordrien era umida e pesante, le nuvole aleggiavano con pigrizia nel cielo mostrando i loro ventri grigi e gravidi di pioggia. Si trattava comunque di un'atmosfera di gran lunga preferibile a quella che si poteva respirare nelle viscere del Sottosuolo, soprattutto dopo aver trascorso settimane lottando per la propria sopravvivenza, ma i cuori dei due combattenti sapevano che non c'era tempo per rallegrarsi.
"Tutto a posto, Cluracan?"
Il chierico sentì la mano di Ken battergli sulla schiena. Senza accorgersene, si era assorto in meditazione tentando di ripristinare il contatto con la sua dea che, in quelle caverne, gli era parso quanto mai distante. E la mente, abituata a cogliere i più piccoli segnali grazie agli anni trascorsi in addestramento come oracolo, gli si era riempita in breve tempo di oscuri presagi.
"Sì, certo Ken.", disse ricomponendosi. "Non preoccuparti, non è nulla. Affrettiamoci ora, dobbiamo raggiungere Dagger Falls prima del tramonto."
Trascorsero le cinque ore di marcia che li separavano dalla cittadina in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri. Non si scambiarono uno sguardo, non si rivolsero la parola: si limitarono a fermare di tanto in tanto i loro passi per controllare il sentiero giusto da prendere nell'enorme foresta che precedeva il centro abitato, per poi riprendere subito dopo il cammino. Cluracan era estremamente perplesso e non riusciva a volgere gli occhi sulle spalle di Ken, dove il monaco aveva sistemato i resti del loro compagno caduto. Sentiva che sarebbe rimasto per sempre macchiato dall'onta di aver lasciato morire un valoroso guerriero per la sua stupida imprudenza, e che neanche il perdono divino l'avrebbe potuto liberare da questo spaventoso peccato. E riguardo a Ken si sentiva preda di sentimenti confusi: un altro essere umano che aveva combattuto al suo fianco era morto, ed egli si era preso personalmente l'incarico di trasportarne il cadavere al tempio del suo ordine, un compito la cui gravità schiaccerebbe molti altri animi cosiddetti "coraggiosi"... ma allora cos'erano quelle sensazioni che gli balenavano in corpo? Il monaco arcano non era mai stato capace di versare una singola lacrima per nessuno, eppure adesso percepiva qualcosa di diverso... quasi un senso di... sollievo? La rabbia stava prendendo il sopravvento, poiché riteneva che la natura di quei malsani pensieri fosse da attribuire al perverso tocco di Loviatar e, nonostante ciò, non aveva ancora visto il compagno ingegnarsi per trovare una tattica concreta che lo aiutasse a liberarsi del male che lo stava contagiando. Forse era già troppo tardi?

La tenue luce del vespro li colse a un centinaio di metri da Dagger Falls. Le guardie che si fecero loro incontro compresero all'istante la situazione e non fecero nulla per nascondere lo sgomento che si dipinse suo loro volti. Una di loro si incamminò di corsa per avvertire Tunfer il Saldo, diacono del tempio di Tyr, dell'arrivo di Cluracan di Selune e di un altro dei membri della compagnia che aveva disceso le catacombe, recante seco il corpo senza vita del campione di Randal Morn, Daeron. L'aasimar sentiva tutto il peso dell'essere portatore di una simile notizia, osservava gli abitanti di Dagger Falls come se il mondo si muovesse al rallentatore, e l'imponenza della chiesa di Tyr non faceva che aggravare la morsa di responsabilità stretta attorno al suo cuore. Poi, successe qualcosa: i nembi sovrastanti l'edificio si addensarono sulla dello stesso, facendogli assumere tonalità sempre più scure e cupe, finché un'alta colonna di fiamme si sprigionò dalle sue fondamenta esplodendo in un roboante inferno. Anzi, l'incendio si era esteso su tutta la città, anche altri edifici presero fuoco in un istante e Cluracan, sgomento, udì le voci delle persone intrappolate al loro interno, le grida dei popolani che erano riusciti a mettersi in salvo sulle strade; vide vampe torreggianti lambire il cielo oscurato dal fumo, e il mondo tutt'intorno venire inghiottito da un oceano di caos bruciante.

"Tutto a posto, Cluracan?"
Il chierico sentì la mano di Ken battergli sulla schiena. No, nulla era a posto: la sua Signora gli aveva inviato un segno, una premonizione di estremo pericolo. Si trovavano ancora entrambi all'ingresso delle cripte di Dordrien, tutto quel che aveva visto era successo nell'intervallo di un battito di ciglia.
"No!", urlò voltandosi di scatto in direzione di Ken, che arretrò di un passo alla vista degli occhi sgranati del sacerdote. "Selune ha voluto avvertirmi, non dobbiamo andare. Gli altri... dobbiamo tornare laggiù!"
"Ma... in che modo? Puoi teletrasportarci di nuovo nel tempio dei kuo-toa? Io non dispongo di un simile potere."
"Lasciami pensare...", Cluracan si chiuse in un momento di riflessione: non aveva pregato Selune affinché gli garantisse ulteriori incantesimi di spostamento dimensionale, e senza di essi erano bloccati a chilometri di distanza dai loro compagni. Poi riprese: "Devo rivolgermi ancora una volta alla Vergine d'Argento, è la nostra unica speranza. Ma ci vorrà tempo, non so dirti quanto."
"Non vedo altre alternative", rispose Ken. "Adagiamo il corpo di Daeron all'interno del mausoleo qui vicino,", e indicò l'edificio in rovina presso il quale avevano riposato il primo giorno della missione. "dopodiché aspetteremo. Come hai detto tu, abbiamo solo questa possibilità."
I due avventurieri scostarono le pesanti porte che consentivano l'ingresso all'ampio sepolcro, quindi Cluracan si ritirò in un angolo e cominciò a pregare la Signora della Luna più intensamente di quanto non avesse mai fatto in vita sua.

Onikage cercò di gettarsi a terra per evitare il fuoco sacrilego scagliato dalla diabolica creatura, tuttavia vide che le fiamme si arrestarono a circa tre metri di distanza dalla sua posizione senza raggiungerlo. Dietro di lui, l'alta figura di Rast era adesso ancor più austera e solenne, e l'energia positiva emanata dal suo corpo pareva aver assunto una forma quasi solida, proteggendo lei e l'ombra danzante dall'assalto del Cornugon.
Quest'ultimo ringhiò di rabbia e spronò gli altri suoi alleati ad attaccare, i quali non se lo fecero ripetere due volte: compiendo strani gesti con le mani accompagnati dalle loro voci penetranti e stridule, diedero ennesima dimostrazione dei tremendi poteri garantiti dalla loro natura maligna. Una gabbia di luce comparve dal nulla, chiudendo poi le sue lame abbaglianti sui corpi di Rast e Onikage e facendo gridare la prima di dolore; subito dopo, un altro sortilegio simile e una viscida nebbia oscura avvinghiarono i corpi degli avventurieri: la tenebra sembrò non subìre danni dalle strane grate luminose create dai diavoli uncinati, ma la bruma offuscò parzialmente i suoi sensi; la sostenitrice di Tempus invece fu soggetta ad ogni singolo effetto nocivo che le creature le scagliarono contro, dato che la sua essenza era particolarmente sensibile al tocco del male. Osservando le proprie carni lacerate dall'attacco congiunto degli avversari, invocò la potenza del dio della guerra per scatenare sui diavoli una serie di potentissime esplosioni di luce divina, non riuscendo comunque ad arrestarne l'avanzata.
"Rast, corri dentro ad avvisare gli altri e cercate una via di fuga: io tenterò di tenere impegnato quello più grosso!", ma la donna era già svanita, e con lei la sua aura benigna, prima che potesse concludere la frase. Onikage pregò che il suo piano andasse a buon fine, quindi si immerse tra le ombre per riemergere sul soffitto livellato del tempio. Puntò un dito in direzione del diavolo cornuto ed urlò: "Tu! Vieni qui ad affrontarmi!"
L'essere si voltò in direzione dell'ombra danzante ed emise una terribile risata di scherno che fece tremare il terreno. Spiegò le ali e spiccò un balzo che in un attimo lo portò al cospetto del monaco: la sua massiccia sagoma lo sovrastava, e quest'ultimo fece appena in tempo a distinguere una lingua biforcuta guizzare attraverso due enormi fauci irte di zanne prima che gli anelli della catena chiodata che portava legata al braccio destro lo colpissero al fianco, a cui fece seguito una seconda, impressionante frustata. Onikage ebbe difficoltà a mettere a fuoco i contorni del mostro, mentre le costole scricchiolavano in maniera sinistra e sentiva le gambe perdere il contatto con il suolo. Quindi, la coda appuntita del diavolo cornuto balenò da dietro le sue ali e penetrò a fondo nel petto scoperto della tenebra: ritraendosi, dalla ferita sgorgò un fiotto di sangue arterioso che tentò di arginare con la mano destra, scoprendo con orrore che neanche il potere curativo dell'oscurità riusciva a richiuderla. Mentre si accasciava al suolo privo di conoscenza, udiva lontano il sogghigno cavernoso del mostro che martellava di colpi il suo corpo inerme. Era così che doveva finire, dunque? Aveva fallito su tutta la linea, per se stesso e per il suo popolo...
Poco più in basso, Cheng si scagliò in avanti mulinando l'ascia contro le creature che erano appena entrate nel tempio: ne centrò in pieno una, che tuttavia riuscì ad alzare le braccia appena in tempo per evitare il colpo. I lunghi uncini che ne ricoprivano la pelle tagliarono e graffiarono le carni del barbaro, costringendolo a ritrarsi.
"Cos... ma che cazzo siete, voialtri!?", biascicò rabbioso, mentre l'ira prendeva il sopravvento: con i muscoli gonfi e tesi rinsaldò la presa sull'arma e prese nuovamente a tempestare di fendenti gli invasori, ignaro degli sfregi che i loro arpioni gli stavano aprendo, sempre più larghi e numerosi.
Kasumi, dopo aver benedetto la sua faretra, prese la mira e tirò una salva di frecce in direzione degli altri diavoli uncinati, ma le punte di ferro si infransero sul loro durissimo rivestimento naturale. Vedendoli sopraggiungere con le bocche contorte in una smorfia beffarda, estrasse il corto wakizashi e, pronunciando una preghiera di consacrazione, si preparò ad ingaggiare in corpo a corpo. Sapeva che la sua vita avrebbe avuto fine sul campo di battaglia, e forse il giorno era proprio quello giusto.
Di Rast, nel frattempo, non vi era più alcuna traccia.

"Sono pronto.", esclamò Cluracan alzandosi in piedi, lo sguardo fermo e deciso. "Selune mi ha accordato nuovi poteri per correre in aiuto dei nostri compagni."
"Ottima notizia, andiamo dunque.", Ken adagiò il cadavere di Daeron in una delle bare di pietra ancora integre, poi si avvicinò al sacerdote.
"Che la luce della Vergine d'Argento sia guida fra le tenebre!", e di nuovo un fascio di fulgore argenteo li inghiottì.
Lo spettacolo che si parò loro innanzi non appena si rimaterializzarono sull'isolotto era sconcenrtante: fiamme innaturali stavano ancora bruciando una porzione del tempio, una immensa creatura alata dai lineamenti draconici era intenta ad osservare qualcosa sul tetto dell'edificio volgendo le spalle, e dall'interno proveniva clangori e lamenti sinistri. Il senso di colpevolezza per quanto stava succedendo travolse ancora una volta il chierico. Avevano commesso un altro errore, non avrebbero mai dovuto separarsi. Per fortuna, l'innato istinto da combattente di Ken lo aveva già spronato all'azione, scuotendo il compagno dalle sue esitazioni.
"C'é un promontorio sulla destra del tempio, lo vedi Cluracan?"
"S... sì."
"Bene, raggiungilo e preparati a portarci via da qui. Io vado a recuperare gli altri. E a farla pagare a chi di dovere."
L'urlo del monaco arcano riempì l'aria, mentre i suoi muscoli e la sua struttura fisica aumentavano a dismisura, e uno spruzzo di polvere di diamanti fuoriuscì dalla sacca degli incantesimi depositandosi poi sulla sua pelle, che si indurì come roccia: il diavolo cornuto si voltò nella sua direzione, ma poche falcate e un rapido balzo sul tetto dell'edificio furono sufficienti a pararglisi dinanzi. Una rapida occhiata gli permise di distinguere la sagoma di Onikage al suolo, quasi completamente devastato dall'arma del suo impari avversario: un fiotto continuo di sangue gli sgorgava dal petto, che i suoi poteri di rigenerazione stavano tentando di rimarginare senza successo. Digrignando i denti, Ken sollevò le braccia e calò sul corpo della creatura un singolo, possente pugno. Poi un altro. E un altro ancora, aumentando la velocità. Cercò un punto vitale nel tentativo di stordirlo. Incanalò energia magica nei suoi attacchi, ricoprendone il cranio di brina ed elettricità.

Ma nulla lo scalfì.

Ansimando, Ken si ritrasse di poco. Si era ferito leggermente le mani scontrandosi con la corazza scagliosa che ricopriva l'essere. Quest'ultimo, in tutta risposta, scrollò leggermente la testa e guardò il monaco, le fauci serrate in un sorriso sarcastico: imitando le movenze del suo assalitore, menò un fendente con la frusta chiodata che venne in parte bloccato. Il tessuto epidermico del monaco, reso più resistente dalla magia, non riuscì tuttavia ad assorbire del tutto i danni inferti dal diavolo: ad ogni nuova frustata lunghi squarci scarlatti si aprivano sul petto, sulle braccia, sulle gambe, dovunque la serpeggiante catena di anelli acuminati riuscisse a posarsi. Tentò di rispondere ai colpi al meglio delle sue possibilità, invano, mentre la catena gli strappava grugniti di dolore e lembi di pelle.
Onikage si riprese lentamente: era ferito in maniera grave ma ancora vivo, mentre la lacerazione provocata dalla coda del mostro non accennava a cicatrizzarsi. Ancora soggiogato dal dolore, vide Ken affrontare il diavolo che ora gli volgeva le spalle: sfruttò la situazione per immergersi tra le ombre e ricomparire davanti l'entrata del tempio, sulla quale vide stagliarsi due figure. Kasumi? Cheng? Una mano si protese verso di lui.
Ma era una mano artigliata, di colore verdastro e ricoperta di uncini. Nonché di liquido rosso.
Il terzetto di umanoidi ripugnanti uscì allo scoperto, con i ganci intrisi di sangue e brandelli di carne. Era stato un massacro.
Tornò sul tetto rendendosi di nuovo visibile, a distanza dal diavolo cornuto ma accertandosi che il suo compagno potesse vederlo: quando incrociarono i loro sguardi, il monaco arcano fece un cenno indicando l'ingresso del santuario. L'ombra danzante scosse la testa. Con un grugnito di rabbia, Ken spinse di lato il diavolo cornuto e iniziò a correre verso il ciglio. Passando accanto ad Onikage gli sussurrò: "Cluracan si trova sul limitare del promontorio dietro di te. Corri, ci tirerà fuori di qui.", quindi balzò giù dal tetto e atterrò con un rumoroso tonfo sul terreno roccioso dell'isola.
Il mostro, furente, si avventò sulla tenebra ma, prima che potesse sferrare il suo attacco, quest'ultima era già svanita: le ombre l'avevano trasportata svariati metri più avanti, la poteva scorgere mentre correva in direzione di un altro umanoide in lontananza, e un istante dopo aveva ridotto ulteriormente la distanza. Con un grido, spalancò le enormi ali da pipistrello e si avventò contro la creatura pallida in piedi sulle sponde orientali dell'isola, seguita a terra dai suoi infernali alleati e, quando fu a portata di tiro, fece saettare la sua lunga catena in direzione del sacerdote di Selune. Quest'ultimo era già pronto a ricevere il colpo, ma il possente braccio di Ken si inserì sulla traiettoria all'ultimo istante, lasciando che gli anelli acuminati gli si avvolgessero intorno. Poco dopo, Onikage comparve alle spalle del chierico e gli posò una mano sulla spalla: "Sono qui, Cluracan.", disse.
"E Cheng... Kasumi... Rast?", chiese il servitore della Vergine d'Argento.
"Rast è scomparsa dopo essere stata attaccata da quegli esseri. Per gli altri... è troppo tardi. Dobbiamo fuggire."
Il tempo sembrò congelarsi. Altri due compagni... morti a causa della loro imprudenza. Il presagio si era avverato nel più orribile dei modi.
"CLURACAN! PORTACI VIA DA QUI!", incalzò Ken. Non avrebbe resistito per molto all'assalto del diavolo cornuto, e gli altri tre esseri stavano guadagnando terreno.
"Che la luce della Vergine d'Argento sia guida fra le tenebre!"
Un lampo d'argento, poi la catena chiodata si ritrovò a stringere soltanto l'aria e cadde al suolo. Il ruggito di rabbia dell'essere arrestò il trio di diavoli uncinati, facendoli rannicchiare al suolo intimoriti, e il suo tonante riverbero fece increspare le acque scure del Lago delle Ombre.

Aria fresca. Erano di nuovo fuori, all'imbocco delle cripte di Dordrien. Cluracan crollò in ginocchio: prima Daeron, ora Cheng e anche Kasumi... tutti deceduti. E lui cosa aveva fatto per impedirlo? Nulla, assolutamente nulla...
"Quelle creature uncinate li hanno fatti a pezzi.", esordì Onikage. Si era appoggiato alla parete del mausoleo più grande, sedendosi: pur restando parzialmente nascosto tra le ombre, le sue capacità di rigenerazione non riuscivano a rimarginare la ferita che il diavolo gli aveva aperto sul petto.
"Sei stato fortunato, Ken: ho visto che quello grosso ha tentato di infilzare anche te con la sua coda. Un attimo di esitazione in più, e ora avresti anche tu questo bel souvenir.", disse scoprendo la parte danneggiata che pulsava in maniera grottesca.
Il sacerdote si alzò e diede un'occhiata: "E' un taglio profondo, mirato alla perfezione. Ancora un centimetro e ti avrebbe perforato il cuore.". Le sue abilità di guaritore gli permisero di arginare il riflusso di sangue: il resto lo fece il fisico di Onikage, il quale in questo modo riuscì a riprendersi in poco tempo.
"Mi stupisci sempre di più, Cluracan, anche se pare evidente che tu non sia troppo contento di dovermi annoverare fra i superstiti."
Cluracan non rispose: si limitò a rivolgere all'ombra danzante un'occhiata piena di disprezzo e si voltò.
"Dannazione...", Ken aveva appena sferrato un pugno alla dura corteccia di un albero vicino, le cui nude fronde tremarono. "Era forte... fortissimo... non sono riuscito a fargli nulla..."
"Naturale. Era un diavolo e, a quanto ne so, i diavoli non sono certo esseri da poter affrontare a mani nude. Io stesso sono stato un folle a pensare di poterlo sfidare, ma l'ho fatto solo per guadagnare tempo.", puntualizzò di rimando Onikage, intento a sistemare le proprie vesti lacere.
"Cosa!? Un diavolo...?", gli occhi di Cluracan erano nuovamente puntati su di lui. Poco distante, anche Ken lo stava osservando incredulo. "Come fai ad esserne certo?"
"E' stata Rast a dirmelo: ha percepito la loro presenza all'esterno del tempio e li ha affrontati, ma hanno cominciato a tempestarci di stregonerie e io ho pensato di attirare quello più grosso lontano da lei, sul tetto. Non l'ho più vista da allora."
Un velo di silenziò calò sui tre avventurieri. Drow, non morti, giganti, kuo-toa... e adesso persino alcuni tra i più forti combattenti delle legioni abissali sbarravano loro la strada. Quale potenza possedevano le forze in moto nel Sottosuolo? Il buon esito della missione comandata da Randal Morn pareva sempre più difficile da raggiungere...

La resistenza del suddetto albero venne di nuovo messa alla prova dalle nocche di Ken, e questa volta il tronco scricchiolò pericolosamente: "Diavoli... creature infernali... è per questo che sono qui. E' per questo che mio padre mi ha generato: per spazzare via dalla faccia della terra l'immonda progenie degli abissi!". Un altro pugno frantumò buona parte del tegumento, spargendo schegge in tutte le direzioni. Le parole dell'uomo erano giuste e virtuose, ma ben pochi avrebbero dato loro credito osservando i lineamenti della figura nascosta dal pesante cappuccio calato sulla testa: le deformazioni e le cicatrici che il bacio di Loviatar gli aveva procurato non lo rendevano tanto dissimili agli esseri che sosteneva di voler abbattere, e nessuno poteva sapere quanto in profondità fosse già penetrata la corruzione della Fanciulla del Dolore.
Lo sguardo del monaco si posò su due oggetti che caddero ai suoi piedi: i guanti di Onikage, strappati ad una guardia nera contro cui avevano combattuto prima di attraversare Szith Morcane, in grado di conferire una grande forza al suo utilizzatore.
"Questo cosa significa?", chiese rivolgendosi con freddezza all'ombra danzante.
"Prendili, ho deciso di cederli a te.", rispose Onikage.
"Ma davvero? Eppure mi sembra di ricordare che li avessi reclamati per te senza troppi complimenti. A cosa devo questo improvviso scatto di generosità, se così lo posso chiamare?"
Era vero: la tenebra aveva scelto di impadronirsi dei guanti senza prendere neppure in considerazione la possibilità di dividerli con il resto del gruppo.
"Non ho certo intenzione di negarlo, ma da allora sono cambiate molte cose e adesso è necessario enfatizzare le nostre capacità individuali visto che siamo rimasti da soli."
A queste parole, Cluracan ebbe un sussulto: "E' ancora possibile resuscitare Daeron, e non è affatto detto che Rast ci abbia abbandonati!"
Tuttavia, pur rifiutandosi di ammetterlo, a sua volta nutriva poca fiducia nelle parole che aveva appena pronunciato. Onikage si limitò a lanciargli un'occhiata sfuggente, quindi riprese il suo discorso.
"E' necessario organizzarci meglio, ora come ora l'esito delle battaglie è stato affidato troppo al caso oppure alle abilità individuali. Ma siamo un gruppo, e da questo dobbiamo trarre forza. Sul campo di battaglia, Ken, sei di gran lunga il più forte e l'unico in grado di fronteggiare faccia a faccia mostri tanto potenti; io posso darti supporto accerchiando e ostacolando gli altri nemici, mentre Cluracan possiede una vasta gamma di incantesimi sia offensivi che difensivi e dovrebbe evitare di scendere in mischia. Insomma, serve una pianificazione generale più accurata."
Ken si chinò a raccogliere gli oggetti: "Il tuo ragionamento mi sembra sensato, ma così non andrai a perderci?"
"Quello che ti sto proponendo è uno scambio, non un regalo."
Il monaco arcano esitò: "Cos'é che vorresti per te, dunque?"
"La tua spada, che non ti ho visto mai utilizzare. D'altronde è normale: le tue capacità ti permettono di canalizzare l'energia magica nei pugni, non attraverso le armi. Io invece potrei farne un utilizzo nettamente migliore."
L'arma in possesso di Ken era una lama intrisa di una forte potenza mistica: qualora l'utilizzatore lo desiderasse, era possibile impiegarla per bloccare con maggiore facilità i colpi nemici.
"E...", proseguì Onikage.
"Non hai ancora finito?"
"...voglio proporti di barattare il tuo anello di protezione con il mio. La capacità di tramutare la pelle in pietra, la costituzione e la forma fisica che possiedi, nonché la maggiore esperienza in combattimento ti permettono di schivare ed incassare i colpi con più efficacia. Io invece non posso paragonarmi a te sotto questo aspetto, senza contare che la mia natura mi permette di trarre vantaggio dalla protezione delle tenebre ma, una volta esposto alla luce...", e così dicendo si spostò in una zona rischiarata dai pochi raggi del sole che filtravano dalle nuvole cineree. Immediatamente, la coltre di oscurità che turbinava di continuo attorno al corpo dell'ombra danzante svanì, lasciando il posto ad una figura umana dalla carnagione smunta avvolto in pesanti abiti neri. "...torno ad essere un normale essere umano, con tutti gli svantaggi che ne conseguono."
Ken prese qualche istante per riflettere: la sua spada lo aveva accompagnato per tanto tempo ma, in effetti, non aveva mai avuto la necessità di adoperarla con frequenza. Riteneva i propri poteri più che sufficienti ad avere ragione dei suoi avversari e quei guanti della forza lo avrebbero aiutato ad espanderli ulteriormente...
"E sia,", concluse infine. "accetto lo scambio. Ma bada che se stai tramando qualcosa non esiterò a riprendere ciò che è stato mio. Dal tuo cadavere."
Onikage abbozzò un sorriso, raccogliendo l'equipaggiamento di Ken: "Lieto di poter contare sulla tua fiducia."

Un lento battere di mani si udì d'improvviso nell'aria, cogliendo di sorpresa i tre avventurieri. Con estrema tranquillità, Rast fuoriuscì da dietro l'albero percosso da Ken: "Ottima dimostrazione di cameratismo, ma non credete sia poco opportuna? Avete ancora un compagno da resuscitare, se non ricordo male."
"Guarda guarda,", rispose l'ombra danzante inguainando la spada. "e tu dov'eri finita?"
"Ho i miei metodi per sfuggire alle situazioni più pericolose. E' vero, quale emissario del dio Tempus uno degli onori più grandi cui potrei aspirare è quello di venire uccisa in battaglia, ma ho anche una missione ben precisa da compiere. Come voi, del resto. E l'insuccesso non è contemplato tra le alternative a mia disposizione, men che meno se per mano dei nostri nemici più odiati."
La donna si guardò rapidamente intorno: "Piuttosto... non manca qualcuno?"
Cluracan strinse con fermezza il simbolo sacro che portava al collo: "Kasumi e Cheng sono morti e non siamo riusciti a recuperarne i cadaveri. Uccisi dalle creature ricoperte di uncini."
"Capisco...", proseguì Rast con voce grave. "erano diavoli uncinati o hamatula, estremamente pericolosi da combattere da soli, ma in gruppo addirittura... non è stato un c