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giovedì, 12 ottobre 2006
Tag associati: racconti, iron heroesI Predatori - Parte IIDopo un bel po' di tempo, torno a postare qualcosa sul blog: più precisamente, trattasi della seconda parte del racconto ambientato nel mondo creato da Michele per la nostra futura campagna di Iron Heroes. In questo capitolo scopriamo qualcosa di più dei nostri eroi, della missione che sono stati incaricati di portare a termine e del vero volto del villaggio in cui sono giunti. Buona lettura!
La pesante porta di legno si spalancò con lo spostamento d’aria di un’esplosione. Solo per volontà della Madre non travolse alcuno dei minatori che si trovavano nelle sue vicinanze, pazientando nella lunga fila che portava fino al bancone dove veniva servito il pasto. L’apparizione sulla soglia del gigante coperto di metallo nero, alto quasi due metri e largo come il petto di una hydra, con le braccia distese verso il basso ed i pugni chiusi coperti di spine metalliche, sembrò avere l’effetto di fermare il tempo. Una dozzina di grossi tavoli e ancora più panche. Vassoi, ciotole, piatti, brocche e boccali su ciascuno di essi. Forme di pane e di polenta, pezzi di formaggio, grandi bistecche, sformati, arrosti, salse, frutta, funghi e verdure di ogni tipo, acqua, birra e composte. Decine di volti scuri e sporchi, decine di occhi sbarrati, decine di mani bloccate sulla strada dal piatto alla bocca. Solo il silenzio, già sovrano pressoché assoluto, continuò ad aleggiare indisturbato nella grande sala come un fantasma indifferente. Akhmad si guardò intorno con espressione feroce, senza avere però l’impressione di cercare altro che la possibilità di un improbabile attacco da parte di quei minatori. Dietro di lui, il barbuto sembrava un nano. I suoi occhi, però, sfrecciarono per l’ampio locale con ben altra intensità e capacità di valutazione. Il suo sguardo, infatti, dopo un rapido giro d’ispezione si fermò su un tavolo in un angolo. Un solo uomo era seduto a quel tavolo, mentre gli altri erano occupati in ogni centimetro possibile. L’uomo, grande e grosso, non aveva né la pelle scura color della terra dei figli della Luna, né l’opaca tunica aderente da minatore. La sua pelle era di un grigio malsano, sporco. I suoi abiti erano poco più che stracci, che lasciavano scoperte parti del petto sudicio ed entrambe le braccia grasse e tremolanti. L’uomo non aveva smesso di mangiare, né si era voltato a guardare i nuovi arrivati. “Là”, lo indicò Athracus, più che altro a beneficio di Akhmad, che ancora si limitava a fissare in cagnesco gli attoniti minatori. Il gigante in armatura si voltò fulmineo e fece per avanzare verso quel tavolo isolato, ma l’uomo barbuto lo trattenne afferrando lo spallaccio a guscio di tartaruga e bisbigliando: “Buono, Akhmad... Seguiamo le regole...”, poi fu lui ad avanzare con passo cauto e guardingo verso il grassone seduto al tavolo, senza perderlo mai di vista. I suoi due compagni lo seguirono a tre passi di distanza. Akhmad continuava a lanciare sguardi tremendi in tutte le direzioni, sguardi che sembravano avere il potere di paralizzare chiunque li incrociasse. Nessuno dei minatori sembrava intenzionato a muovere un muscolo. Sembravano incatenati da una strana apatia. Anche la lunga fila di coloro che attendevano di ricevere le loro vettovaglie si era fermata, con gli uomini incaricati della distribuzione fermi con forchettoni e mestoli bloccati a mezz’aria. Man mano che i tre si avvicinavano al tavolo, il loro sguardo poteva cogliere con maggiori dettagli la visione che si presentava davanti a loro. Il grassone seduto continuava a mangiare di gusto, commentando il suo evidente godimento delle prelibatezze a sua disposizione con bavosi gorgheggi e mugugni espressivi. Non sembrava prestare la minima attenzione ai nuovi arrivati. A differenza degli altri commensali sparsi per la sala, l’uomo si era fatto riservare un trattamento del tutto speciale. Buona parte del tavolo davanti a lui era infatti letteralmente ricoperto di una poltiglia rosa di carne freschissima, tutt’altro che cotta, all’interno della quale l’occhio era attirato da inequivocabili frammenti, rivelatori della natura del pasto. Elgard giura e spergiura di aver scritto queste parole alle ore 14:17 sotto l'effetto di un incantesimo di charme.Linkale direttamente per testimoniare contro di lui, se ti va.Vuoi leggere i commenti (1) o lasciarne uno a tua volta?![]() venerdì, 01 settembre 2006
Tag associati: racconti, iron heroesI Predatori - Parte IPiccolo antefatto: negli ultimi tempi abbiamo cominciato a sviluppare una discreta intolleranza verso le ambientazioni canoniche di D&D e la gestione della magia all'interno delle stesse. Il primo figlio del d20 System ha infatti la tendenza ad essere nettamente sbilanciato verso la magia in ogni sua forma, che siano incantesimi oppure oggetti magici, e quanti si possono avvalere degli esemplari più potenti o meglio "incastrati" di questi ultimi riescono a superare qualsiasi sfida virtualmente indenni. Come ovviare al problema? In genere, o si pongono dei limiti su cosa può e non può essere utilizzato in un'avventura, oppure si cercano sistemi alternativi compatibili con le stesse regole: per fortuna, il d20 System base è distribuito su licenza gratuita, e molte altre case editrici hanno sfornato prodotti anche più validi dell'originale in virtù di tale concessione. Fra quelli che hanno catturato la nostra attenzione spicca senza dubbio Iron Heroes della Malhavoc Press, la casa editrice del leggendario Monte Cook: IH è un'alternativa al Manuale del Giocatore standard che delinea un'ambientazione in cui gli avventurieri sono quasi tutti dei solidi guerrieri temprati dall'acciaio e dalle battaglie, e dove la magia è un'arte oscura e inaffidabile che spesso conduce alla follia o alla morte quanti ne fanno ricorso. Altri punti peculiari sono costituiti dalla mancanza di allineamento (opzione oramai conservata soltanto da D&D) e da una forte impronta verso il taglio cinematografico dei combattimenti, stimolato dalle specifiche caratteristiche di ogni classe che si attivano con il protrarsi delle battaglie. A dire il vero, nessuno dei manuali di IH (oltre a quello base ci sono anche Mastering Iron Heroes, l'equivalente della Guida del Dungeon Master, e The Iron Heroes Bestiary, anche se qualsiasi mostro d20 può essere importato tale e quale) descrive un mondo vero e proprio al pari dei libri di ambientazione di D&D, ragion per cui il nostro buon Michele si è rimboccato le maniche e ha deciso di confezionarne una per conto suo, traendo ispirazioni da svariate fonti come gli spaghetti western, Berserk, Hellblazer, Mad Max e via dicendo, creando una terra in cui una potente organizzazione invia i suoi emissari attraverso lande desolate per dare la caccia agli eretici ed alle manifestazioni terrene delle potenze infernali. Tanto per darci un'idea di quello che ci aspetta una volta indossati i panni degli eroi di ferro, il caro DM ci ha anche spedito per posta un racconto in cinque parti che riproduce alla perfezione le atmosfere da lui ricreate, e che mi accingo a pubblicare in altrettanti spezzoni nel blog reimpaginati e illustrati per l'occasione: divoratevelo con ingordigia e lasciate pure qualche commento, lui apprezzerà sicuramente!
Il villaggio era come tutti gli altri. Due file di baracche di legno, nere, bruciate dal sole, ai lati di una via polverosa percorsa da uomini stanchi e qualche macilento cavallo, che trainava di malavoglia un carretto o una slitta rabberciati. Oltre il villaggio era visibile l’imbocco della miniera, uno sbadiglio annoiato nelle basse e brulle colline sparse intorno all’insediamento. Sullo sfondo, le torri lontane di Xorh Kera Ahanna svettavano simili a nere impugnature di coltelli, infilati nella sabbia dal Dio Creatore e lì dimenticati. Era l’ora del pasto. Uomini dalla pelle scura come il legno, avvolti in tute grigio scuro da minatore e con la testa fasciata da turbanti di vari colori, si trascinavano stanchi per la via dirigendosi quasi tutti verso la baracca più grande, situata all’altezza del centro del villaggio. Da un grande fumaiolo sul tetto dell’edificio basso e largo prorompeva quasi con violenza una densa e paffuta colonna di fumo chiaro. Il vento trasportava con sé sabbia e profumo di carne cotta. Senza dubbio, si trattava della mensa. I quattro stranieri, scambiatisi un’occhiata senza parlare, diressero i loro cavalli in direzione del grande edificio. Man mano che si avvicinavano, gli abitanti del villaggio, scorgendoli, si bloccavano impietriti, sgranando gli occhi. Poi, invariabilmente, si allontanavano dalla via, facendo loro spazio anche se non ce n’era alcun bisogno, vista la larghezza della strada. Uno dei quattro, un uomo scuro e barbuto, con i capelli intrecciati in una coda che ondeggiava accarezzando la schiena della sua cavalcatura, senza spostare lo sguardo dalla strada davanti a sé disse ai suoi compagni: “Niente donne. Neanche nelle abitazioni, mi sembra. Sono tutti della Luna. Non vedo ufficiali.”. L’uomo alla sua destra, un individuo dalla pelle così chiara da sembrare gesso con sfumature azzurrine e con mento e bocca coperti da una stretta fasciatura nera, fu l’unico a rispondergli: “Come ci aspettavamo.”. La sua voce polverosa e sussurrante all’orecchio di un guaritore raccontava di polmoni malati. Nei cinque minuti che impiegarono a giungere davanti alla baracca – mensa, ciondolando sui loro cavalli al passo, la strada si svuotò di ogni presenza vivente. I minatori che li avevano incrociati avevano rinunciato a dirigersi verso il loro sudato pasto e si erano rifugiati nelle abitazioni. Il silenzio era a malapena stuzzicato dal rumore ovattato degli zoccoli dei quattro cavalli sulla sabbia e dal vento che fischiava sommesso un avvertimento. Uno degli stranieri, alto e massiccio, sproporzionato rispetto al cavallo che lo portava come una condanna, annusò con una smorfia di sofferenza l’aria: “Io ho fame”, disse, con una voce pesante come una colata di piombo fuso sugli assedianti di un castello. Lo rivestiva una elaborata corazza di metallo nerissimo, privo di riflessi anche alla luce abbacinante del sole di mezzogiorno. Essa sembrava fare da cassa di risonanza per la sua voce, amplificandola e distorcendola al tempo stesso. Gli rispose il quarto uomo, un individuo che in qualche modo sembrava del tutto estraneo agli altri. Non era vestito di nero come loro, bensì di una spessa tonaca color vino, dalla quale sembravano affiorare come alghe sommerse disturbanti simboli più scuri, quasi neri, che si intrecciavano ingannevoli a ricoprire per intero il petto e le maniche. Inoltre, l’uomo era curvo sulla sella come se fosse ferito od oltremodo stanco. I suoi occhi erano chiusi e la sua espressione sofferente. “La fame ti passerebbe all’istante, se potessi annusare quello che sento io intorno a questa mensa.” A questa frase, l’uomo barbuto si girò di scatto verso di lui, fissandolo con sguardo penetrante, addirittura ansioso. “Ti riferisci a…”. “Urina.” lo anticipò l’uomo dalle vesti rosse. Questa parola sembrò scuotere gli altri tre forestieri, risvegliandoli dal torpore in cui li aveva costretti il sole cocente e stimolando la loro attenzione nei confronti di ciò che li circondava. Raddrizzarono le loro schiene e, senza neanche accorgersene, ciascuno lasciò le redini con una mano, portandola in una posizione migliore per estrarre rapidamente un’arma dal fodero. “Bene… Morire a stomaco vuoto… Che schifo…” disse il gigante coperto di ferro, mentre con la coda dell’occhio cercava di trovare conforto nella lunga elsa nera dello spadone appeso alla sua schiena. Mentre parlavano, erano giunti davanti alla grande baracca. Sulla strada ora c’erano solo loro. Dall’interno della mensa proveniva il rumore di passi e di stoviglie prodotto da diverse decine di persone, ma non una voce, non una risata, non un’imprecazione. Elgard giura e spergiura di aver scritto queste parole alle ore 15:07 sotto l'effetto di un incantesimo di charme.Linkale direttamente per testimoniare contro di lui, se ti va.Vuoi leggere i commenti o lasciarne uno a tua volta?![]() |
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Foto e video realizzati durante le sessioni di gioco si trovano all'interno di questo prezioso volume rilegato in pelle umana di giocatore, da guardare e riguardare fino alla nausea (ossia, una volta sola)! |
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